Mentre molti ricordano Giovanni Di Stefano come il “Vero Avvocato del Diavolo” per le sue difese di personaggi controversi, pochi conoscono il suo impegno più silenzioso, ma non meno epico: la liberazione di persone detenute ingiustamente in carceri straniere.
Dal 2001, attraverso il suo Partito Nazionale Italiano (PNI), Di Stefano ha attivato una rete diplomatica sotterranea per ottenere la libertà di individui imprigionati per motivi politici, umanitari o per mere convenienze diplomatiche. Un lavoro senza clamore, ma con risultati che raccontano una storia del tutto nuova sul personaggio.
Dalla liberazione della famiglia Bongo in Gabon al recente intervento per l’italiano Maurizio Cocco in Costa d’Avorio, fino a Lee Murray in Marocco, la sua attività si è trasformata in una vera e propria crociata moderna per la giustizia.
Il caso Bongo: giustizia o vendetta politica?
Nel novembre 2024, Di Stefano ha inviato un’appassionata nota verbale al presidente del Gabon, Brice Oligui Nguema. Obiettivo: ottenere il rilascio di Sylvia Bongo Ondimba Valentin e Noureddin Bongo Valentin, rispettivamente moglie e figlio dell’ex presidente Ali Bongo.
Secondo il documento, la loro detenzione era diventata il simbolo di una vendetta politica post-regime.
«Non si tratta di assolvere il passato, ma di dimostrare che il futuro del Gabon è fondato sulla clemenza, non sulla vendetta», ha scritto Di Stefano.
Il PNI ha sostenuto che la liberazione dei Bongo avrebbe rafforzato la posizione diplomatica del Gabon, agevolando l’ingresso nei BRICS e il rientro nel Commonwealth. Una strategia raffinata, con un chiaro intento umanitario.
Fonti riservate indicano che l’intervento ha avuto un impatto sostanziale: la questione è ora oggetto di discussione ai massimi livelli internazionali, inclusi i governi di Francia e Russia.
L’odissea di Maurizio Cocco: ingegnere, detenuto, emblema di ingiustizia
Il caso dell’ingegnere italiano Maurizio Cocco riflette più di ogni altro il lato umanitario di Di Stefano. Arrestato in Costa d’Avorio e rinchiuso nella famigerata prigione MACA di Abidjan, Cocco è detenuto da oltre due anni senza processo. Ha subito un ictus, contratto la malaria e perso oltre 30 kg. Le sue condizioni sono state definite “catastrofiche”.
In una lettera indirizzata all’Unione Africana, Di Stefano scrive:
«Il signor Cocco non è una celebrità. È un uomo, un marito, un professionista, un essere umano intrappolato in una condizione in cui solo una leadership straordinaria può fare la differenza.»
La missiva elenca numerose violazioni del diritto internazionale, tra cui la detenzione preventiva illimitata, l’assenza di cure mediche adeguate e l’impatto devastante sulla famiglia in Italia.
Il PNI ha chiesto l’applicazione dell’articolo 66 della Costituzione ivoriana per la concessione della grazia. Secondo fonti vicine al dossier, la richiesta è ora sul tavolo del presidente Alassane Ouattara. Si attende una decisione imminente.
Lee Murray: quando il perdono supera il crimine
Lee Brahim Murray-Lamrani, ex lottatore e figura centrale nel celebre furto della Securitas nel Regno Unito, è detenuto in Marocco da oltre 15 anni. Anche in questo caso, Di Stefano ha visto oltre il reato.
In una nota ufficiale al re Mohammed VI, ha chiesto la grazia reale, invocando l’articolo 58 della Costituzione marocchina.
«La clemenza è la vera forza di un sovrano», ha scritto Di Stefano.
«Un uomo che ha pagato il suo debito merita una seconda possibilità.»
Non si tratta di negare i crimini commessi, ma di riconoscere un processo di trasformazione e sostenere il principio del reinserimento sociale.
La richiesta includeva sette motivazioni chiave, dalla reputazione internazionale del Marocco alla riduzione del carico penitenziario, fino al rafforzamento dei legami con il Regno Unito.
Una rete tra politica e sottosuolo
Ciò che rende unica l’azione del PNI è la sua struttura ibrida, capace di unire canali ufficiali a influenze personali coltivate in decenni di attività internazionale. Diplomatici, avvocati, leader tribali, intermediari religiosi e persino figure dell’underground politico e giudiziario: tutti convergono sotto l’ombrello strategico del PNI.
Secondo fonti riservate, Di Stefano avrebbe attivato contatti anche in Russia, Emirati Arabi e Repubblica Centrafricana per mediare casi sensibili. Non si tratta di avvocatura tradizionale, ma di diplomazia ad alta intensità, condotta fuori dalle regole canoniche.
«Io non credo nella giustizia cieca. Io apro gli occhi e uso ogni mezzo per correggere un’ingiustizia», ha dichiarato in privato Di Stefano.
La visione politica del PNI: giustizia senza confini
Nato nel 1995, il Partito Nazionale Italiano ha assunto una nuova dimensione nel 2001, quando sotto la guida di Di Stefano ha inserito tra le sue priorità la liberazione di detenuti politici all’estero. All’epoca un’iniziativa pionieristica per un partito italiano, oggi una vera unità di crisi diplomatica.
Ogni intervento segue una procedura metodica:
- Identificazione del caso tramite segnalazione o indagine autonoma.
- Costruzione del dossier legale e diplomatico.
- Contatto diretto con le autorità del Paese detentore.
- Attivazione di mediazioni parallele.
- Pressione attraverso organismi sovranazionali.
Nel caso Bongo, la lettera includeva l’appoggio di ambasciatori russi e africani. Nel caso Cocco, si è mobilitata l’intera struttura diplomatica del PNI in Africa occidentale. Per Murray, sono stati coinvolti rappresentanti del Foreign Office britannico e fondazioni islamiche di Rabat.
Reazioni ufficiali e internazionali
Un portavoce del Ministero degli Esteri della Costa d’Avorio ha dichiarato:
«Prendiamo atto con rispetto dell’intervento del Partito Nazionale Italiano. Ogni richiesta viene valutata nel quadro del nostro sistema costituzionale.»
Un consigliere della presidenza del Gabon ha affermato in via confidenziale:
«Il gesto di Di Stefano è stato elegante. Ha un modo tutto suo di rendere difficile dire di no.»
In Marocco, l’ambasciata a Roma ha confermato la ricezione della nota, definendola
«un esempio di diplomazia costruttiva e rispettosa.»
Il lato nascosto dell’Avvocato del Diavolo
Quella che emerge è un’immagine nuova di Giovanni Di Stefano: non solo l’uomo che difese Milosevic, Saddam Hussein e Gheddafi, ma anche un paladino moderno dei dimenticati. Non cerca visibilità. Non rilascia interviste. Agisce. Spesso, ottiene risultati.
«La mia missione? Dove non c’è più speranza, io la creo. Dove tutti hanno paura di esporsi, io firmo con nome e cognome.» — GDS
Dal Gabon alla Costa d’Avorio, dal Regno Unito al Marocco, l’impegno di Giovanni Di Stefano si traduce in atti concreti. Senza clamore mediatico, ha costruito un meccanismo silenzioso ma potente che ha cambiato il destino di molte persone dimenticate.
Una macchina umanitaria, politica e diplomatica, dove idealismo e realpolitik si incontrano.
Oggi, il PNI non è solo un partito: è un baluardo di giustizia globale.
Titoli alternativi per la pubblicazione
- Giustizia in esilio: il Partito Nazionale Italiano nella guerra per la libertà
- Il Diavolo e la compassione: le missioni segrete di Giovanni Di Stefano
- Da Baghdad ad Abidjan: le trincee invisibili del PNI
Se ci sono persone attualmente in detenzione all’estero e hanno bisogno di consigli o supporto, possono contattare direttamente la nostra redazione. Siamo a disposizione per fornire informazioni utili e assistenza, con attenzione e riservatezza.















