Salve ragazzi, benvenuti su Giornale Metal!
Ciao Sonia, grazie mille per questa opportunità.
“When Good Man Go To War” è uscito recentemente e segna il vostro ritorno sulle scene dopo esattamente sei anni dal vostro ultimo lavoro “Unum”. Come vi sentite a tornare con un nuovo album in un periodo strano come questo non dovendo fare concerti e promuovendo alla maniera classica che conosciamo tutti?
Dire che siamo tranquilli sarebbe una bugia, però siamo anche allo stesso tempo molto fiduciosi che si possa riuscire a far bene nonostante il periodo davvero brutto per tutti quelli che lavorano nel mondo della musica e dello spettacolo. Il disco è nato, riferendosi a songwriting e pre produzione, prima dell’esplosione di questa crisi mondiale ma si è rivelato, nei contenuti, essere davvero attuale, e quindi abbiamo deciso insieme alla nostra etichetta di sfidare questi tempi duri, ovviamente stiamo cercando di martellare soprattutto online, seguendo un po’ i trend social del momento (anche se non è proprio la nostra dimensione naturale), per cercare di fare promozione su internet, alla fine è lì che si è rifugiato il mondo da un anno a questa parte. Al momento possiamo anche dire di essere piuttosto soddisfatti dei risultati e soprattutto della risposta del pubblico nonostante la mancanza praticamente totale di eventi live.
Il sound di questo nuovo lavoro è più aggressivo ma mantiene comunque quell’approccio ora Power, ora Folk che caratterizza la vostra musica da sempre. La scelta di rendere i pezzi più estremi (anche per quanto riguarda certe linee vocali) è legata al concept del disco oppure è slegata da esso?
Sound e contenuti sono davvero molto connessi in questo disco, abbiamo sempre cercato di seguire questo metodo, ma la virata “aggressiva” come tu sottolineavi ha preteso una coesione ancora più forte e netta tra musica e messaggi. Questo disco per noi è come il grido esplosivo di un prigioniero che si libera da una trappola che lo teneva fermo o imbrigliato e questo tipo di sound corrisponde all’esatta evoluzione della musica dei Vexillum filtrata da quelli che siamo noi al momento attuale con la nostra crescita, le nostre esperienze, gioie e difficoltà attraversate. Da qui è facile intuire che nel momento di proporre particolari linee vocali o voci più aggressive o un sound di chitarre più potente, rispetto ai nostri passati standard, tenendo ben presente i temi che venivano portati avanti, ed i nostri stati d’animo è stato un processo piuttosto facile.
Ricollegandomi al discorso del Concept, in questo album avete affrontato la tematiche della guerra e del viaggio che sono veramente complesse e possono essere ricollegate a mille altri temi ma anche alla realtà in cui viviamo oggi. Chiaramente è un concept che rappresenta un seguito di quello che voi avevate affrontato nel precedente disco. Potete dirci qualcosa in più ?
Considerando come termina la storia di “UNUM” si, potrebbe davvero riprendere la storia, ci sarebbero tutti gli elementi ed in effetti ora che ci penso è una coincidenza davvero interessante, perchè in realtà con questo album ci riallacciamo al viaggio intrapreso con i primi due dischi, dove abbiamo immaginato come setting dei nostri lavori le tappe di un lungo viaggio di alcuni musici erranti, mentre “UNUM”, è un disco strutturato in modo diverso, un vero e proprio concept album con storia e personaggi che appartengono solo a lui e che con lui si concludono. “When Good Men Go To War” come concept e come struttura è la diretta continuazione di “The Bivouac”, è un album con un setting ben definito, e senza un’unica storia a farla da padrona, ma un insieme di racconti ognuno con un proprio tema e messaggio; a differenza dei suoi predecessori però in questo caso abbiamo effettivamente un tema “portante”, che da anche il titolo all’intero disco, che viene ampliato e supportato messaggi portati avanti nelle altre canzoni, che fungono da contrafforti. Il tema portante, raccontato nella title-track, è questa incognita data da cosa potrebbe accadere se un uomo buono decide che non è più tempo di seguire la via delle regole o della diplomazia, una forza esplosiva, sconosciuta ed incontrollabile. Con le altre canzoni si viaggia alla scoperta di riflessioni che ruotano intorno a questo uomo buono, la sua crescita, la visioe del mondo in qui vive, i suoi pensieri e le sue abilità. L’idea era quella di creare un disco che potesse essere ascoltato a più livelli, da quello più immediato legato alla leggerezza e trasporto che può dare la musica al primo ascolto, ai livelli successivi, più profondi e intimi legati a particolari scelte musicali, particolari temi e parole utilizzate.
Come avete lavorato a questo disco? Vista la situazione che ci ha colpito tutti, vi sarete sicuramente adeguati a tempistiche, problemi di distanza e di logistica etc..
Si, diciamo che la situazione ci ha sicuramente rallentato e messo i bastoni tra le ruote ma non così tanto come si potrebbe immaginare. Il lavoro è stato portato avanti nel songwriting prevalentemente da me e lavorato poi in pre produzione al nostro studio a Livorno. Eravamo già abituati al lavoro “a distanza” poiché Efisio, il nostro batterista, è sardo e quindi abbiamo semplicemente esteso la metodologia di lavoro che prima avevamo solo con lui anche a tutto il resto. C’è da dire che tolte le vere e proprie registrazioni, durante il lockdown di questo anno abbiamo solamente rifinito e affinato le idee che avevamo già messo nero su bianco, molto del lavoro era già pronto; diciamo che la pandemia non ci ha complicato la vita in fase di creazione ma ci ha fatto arrivare un anno in ritardo alla pubblicazione.
Primo lavoro con la Scarlet Records, un’etichetta importante che immagino vi abbia aiutato molto ad avere anche molta più visibilità rispetto a prima…
Il pensiero che forse potevamo avere in una primissima fase iniziale, della serie “chi lascia la via vecchia per la nuova…” , è stato davvero polverizzato dal rapporto e dalla sinergia che si sono creati non appena abbiamo cominciato a collaborare con i ragazzi della Scarlet. Nel panorama metal la Scarlet è sicuramente una realtà importante da molto tempo e grazie ad un lavoro coordinato molto bene stiamo facendo davvero passi avanti in termini di visibilità e possibilità e di questo non possiamo che essere soddisfatti. Abbiamo trovato una realtà davvero professionale, accogliente, disposta ad ascoltare i nostri punti di vista e con un’attenzione sempre attiva alle evoluzioni del mondo musicale, sia dal punto di vista prettamente musicale che ovviamente e soprattutto da quello del music business.
La pandemia ha cambiato le abitudini di tutti. Voi come la state vivendo da persone e da musicisti?
Come tutti i lavoratori del mondo della musica purtroppo abbiamo ricevuto una bella batosta, e sotto molti aspetti non è ancora migliorata la situazione. Nessuno di noi è rimasto “incolume” da questo anno terribile, sia come persona sia come musicista. Dal punto di vista umano posso dire che il fatto che, oltre che una band siamo una vera e propria famiglia ci ha salvato, perchè nonostante i blocchi e le distanze ci siamo sempre stati per sollevarci a vicenda e “a turno”, e alcuni momenti non sono stati cosi facili da affrontare. Fortunatamente, e in questo ci assomigliamo un po’ tutti nei Vexillum, siamo persone difficili da abbattere e pronti alle sfide, e questo ci ha permesso di affrontare il tutto, comunque, con uno spirito diverso, con l’idea di cercare comunque nella difficoltà oggettiva un motivo di crescita, impedendo alla situazione di sopraffarci. Musicalmente forse la batosta è stata anche peggiore, perchè lavorando nel mondo della musica a 360 gradi (scuole di musica, studio e centro musicale) oltre che alla vita di band, ci siamo trovati, come tutti in questo campo, praticamente a terra e con la possibilità di vedere andare in fumo anche investimenti e progetti fatti in precedenza. Anche in questo caso Internet ci ha dato una grossa mano ma ancora stiamo cercando di intravedere la fine del tunnel.
Qualche idea per un prossimo nuovo disco?
Ci sono già alcune idee che vagano qua e là, ma ancora nulla di certo, un po’ di materiale è gia stato buttato giù ma è presto per anticipare qualsiasi cosa. Quello che posso dire è che credo che si proseguirà con la strada aperta da “When Good Men Go To War” per quanto riguarda il tipo di sound e produzione, proseguendo con la prossima tappa dei nostri musici erranti.
Ragazzi, l’intervista termina qua. Vi ringrazio per la disponibilità e vi lascio con un saluto ai nostri lettori!
Grazie infinite a te, e a tutti quelli che ci leggono, è grazie a voi, al vostro supporto che realtà come la nostra e mille altre potranno superare questi tempi davvero sfortunati. A breve speriamo di potervi dare notizie di una ripresa live e vi aspettiamo tutti per tornare a vivere la musica come ce la ricordiamo, dal vivo a gridare, saltare e festeggiare tutti insieme!!!
Sonia Giomarelli















