Senza chitarra, suoni veramente inquietanti, tutta la maestria e la capacità di Gianni Leone, uno dei personaggi più capaci e veramente alternativi, in grado di fare al synth un assolo di chitarra senza lo strumento, nella conclusiva “Il Vento poi”.
Sono tanti, tantissimi gli spunti di interesse di un disco molto atteso, di una band veramente storica come il Balletto di Bronzo, oggi ridotta a un trio, che comunque non fa mancare nulla alla orchestrazione complessiva di un suono magmatico e ipnotico come quello che scaturisce da “Lemures”.
Niente a che vedere con “Sirio 2222”, album dove Leone ha inciso poco o nulla, e il suono è un beat chitarristico comunque molto buono, mentre possiamo azzardare che “Lemures” sia una evoluzione dell’esplosione iconica del Balletto di Bronzo che è arrivata con il capolavoro assoluto del 1972 “YS”, considerato da molti il miglior album prog rock del mondo, avvolto in un alone di mistero che la situazione massmediologica dell’epoca ha certamente alimentato.
Venendo alle caratteristiche di “Lemures”, già dall’ intro “Incubo Succubo” si capisce che il livello è molto elevato, con suoni distorti elettronici e una ritmica particolare, marziale, che ci immerge nel disco con “Oceani Sconosciuti” che, come un orologio della pazzia, scandisce strani rintocchi, in un clima davvero inquietante grazie ai vocalizzi di Leone, seguiti dalle note di un organo e dalle strofe cantate con grande personalità, in italiano.
Come un altro prodotto straordinario della Black Widow Records, i G.O.L.E.M., i Balletto di Bronzo si caratterizzano per l’assenza di chitarra. Il ruolo di guida musicale è affidato alle tastiere di Gianni Leone, che mescola con grande abilità suoni datati da organo e hammond a nuovi synths la cui impronta è comunque inserita benissimo nella proposta musicale di un gruppo mitico non a parole, ben coadiuvato da Riccardo Spilli al basso e a Ivano Salvatori alla batteria .
Più semplice ma non per questo meno brillante “L’emofago”, brano che rimane stampato nella testa dopo il primo ascolto, mentre le spire di un prog-rock tutt’altro che immediato innervano “Napoli sotterranea”, dove le tastiere di Leone e una sezione ritmica anni settanta di lanciano in un percorso emotivo tortuoso e complicato, grazie a un giro di basso molto accentuato, vocalizzi demoniaci di Leone, per una suggestione continua, priva di parole.
L’esoterismo lirico del Balletto di Bronzo emerge in “L’Ombra degli Dei” su un tappeto sonoro ricco di variazioni e sottolineature, che si protrae per 8 minuti di grande musica. Una specie di battito cardiaco introduce “Labyrinthus”, altro brano molto lungo e articolato, dai toni epici e perfino lirici, che penetrano l’animo scuotendo l’inconscio. Un viaggio onirico, da colonna sonora del terrore, con un altro straordinario giro di basso, urla sussurrate e tanto pathos, con un organo finale per la parte conclusiva del brano più lungo del lotto. “Certezze fragili” unisce un testo molto graffiante a una musica molto carica, dove la tastiera crea un tappeto sonoro dai tratti ossessivi, per un altro brano veramente top, anche nella sua lunghezza, che supera i sette minuti. Ancora suoni tormentati e suggestivi per “Deliquio viola”, con un cantato che fa sprofondare nell’abisso della disperazione, sempre a grandissimi livelli espressivi, come la cavalcata finale del brano, eccezionale nel suo sviluppo. Siamo di fronte a un gran disco, indubbiamente, perché è attuale e datato allo stesso tempo, come la conclusiva “Il Vento poi”, dove Leone descrive sensazioni molto particolari, in linea con il resto del long playing.
Il Balletto di Bronzo è tornato ai suoi massimi livelli, l’Italia torna leader di quel prog rock che ha caratterizzato un’epoca e modellato un suono originale e unico. “Lemures” ne è una grande rappresentazione e questo trio ha sicuramente lo scettro di tutto questo movimento, grazie anche all’opera incessante della Black Widow Records, etichetta benemerita per il genere e non solo.
Voto: 8,5/10
Massimiliano Paluzzi
















