Antonello Cresti, musicista e musicologo, autorevole scrittore di saggi e promotore di iniziative culturali piuttosto lodevoli sempre incentrate sulla musica, non resta di certo insensibile alle grandi trasformazioni sociali e culturali che il nostro mondo (soprattutto occidentale) sta subendo. La domanda che molti di noi, generazione tra i 40 ed i 50 anni di età, ci stiamo ponendo è sempre quella. Chi siamo e da dove veniamo lo sappiamo bene. Ma abbiamo paura di conoscere “dove” stiamo andando. Noi sappiamo di provenire da un mondo culturalmente trasformato, soprattutto dagli anni 60 e 70, e la musica partorita da quei decenni è sicuramente indicativa del nostro status intellettivo e culturale. Tanto la musica Pop ricreativa e ballabile, quanto la musica Rock aggressiva e di protesta, hanno sempre avuto una loro ragion d’essere (in virtù delle trasformazioni sociali da cui proveniamo). Sappiamo che durante gli anni 60 e 70 c’è stata una rottura culturale del mondo giovanile rispetto alle generazioni precedenti. E ci troviamo ad esser figli di quel mondo in trasformazione. Mai però ci saremmo immaginati, noi generazione-ago-di-bilancia tra due epoche così differenti tra di loro, che ci saremmo trovati ad affrontare una vera e propria regressione culturale da parte delle generazioni successive alla nostra. Regressione culturale “promossa e ricercata” proprio a partire da ciò che le multinazionali dell’industria musicale (e non) vogliono piano piano far accettare alla massa in maniera quasi indolore, proprio all’interno di quell’elemento imprescindibile della ricreazione/creatività umana che è la musica Pop e Rock. Sintomi ne avevamo avuti purtroppo già durante gli anni 80 e soprattutto 90, ma non siamo mai stati capaci di interpretarli (oppure chi lo ha fatto è stato messo a tacere). Antonello Cresti, classe 1980, avendo studiato l’evoluzione della popular music comparata con l’evoluzione dei comportamenti sociali dell’Occidente, deve aver trovato il tipico bandolo della matassa. Il risultato dei suoi studi comparati è riunito nel saggio “La Musica E I Suoi Nemici”. In ambito del quale, e con un linguaggio colto ma facilmente comprensibile ai più, descrive nel susseguirsi dei vari capitoli “tematici” alcune tra le più utilizzate forme e modalità di “scolorazione” e volgarizzazione culturale dell’elemento musicale e i metodi in cui si ottiene la mutua accettazione di tutto questo. La maniera in cui il digitale più disumanizzante, nonché l’eccesso di proposte musicali favorito dai social e dai talent show, ci stanno portando non ad una ricchezza e varietà culturale, ma bensì ad una preoccupante omologazione della forma proposta, sempre più povera di contenuto. Sempre più approssimativa anche a livello di preparazione tecnica ed espressiva. In questo scenario, in questa visione d’insieme alquanto allarmante, trova una sua profonda motivazione titolare un capitolo del libro “1984 in musica: l’avvento del talent show”. Durante la lettura, effettivamente, troveremo riscontro tra la situazione descritta e la sua comparazione con la distopia letteraria di Orwell. A titolo di esempio poi, in altri capitoli vengono anche toccati alcuni fenomeni social-musicali, come ad esempio l’avvento della trap, per far capire quanto la cosiddetta (falsa) ribellione musicale dei giorni nostri non contenga nient’altro che slogan pericolosi quanto sterili, inneggianti una presunta quanto pressappochista “libertà” poi rivelatasi essere tristemente una semplice libertà “di periferia” limitata all’inneggiare alla “vita da tossico” e alla violenza privata. Evidentemente qui qualcosa non quadra. Allo stesso modo troviamo sviscerato anche l’argomento dedicato al fenomeno underground tematicamente più “politicamente scorretto” degli ultimi decenni: il Black Metal e la sua natura iconografica puramente “negativa” ed oscura. Fenomeni come il Black Metal sono oggi condannati dai più, in virtù di un annacquato conformismo globalista/falso-antirazzista che non è nient’altro che una vuota riproposizione di atteggiamenti superficiali, con cui si cerca di mantener buone le masse. In tutto ciò, il politically currect viene utilizzato come arma per combattere anche solo l’esistenza di certe espressioni artistiche, teoricamente con il fine ultimo di evitare/proibire anche solo la conoscenza di detti contenuti, comprensibilmente piuttosto forti, al solo scopo di cancellarli dalla memoria delle generazioni future. In tutto ciò ci si dimentica una cosa importante: che le espressioni artistiche sono solo rappresentazioni (non certo esortazioni ad inneggiare alle ideologie negative descritte). Faccio l’esempio della musica Metal, che è appunto nata e cresciuta proprio come forma musicale ispirata a soggetti di rappresentazione abbastanza oscuri come, ad esempio, la Seconda Guerra Mondiale, oppure le questioni religiose ed il satanismo. In questo contesto fa paura la volontà, più volte espressamente dichiarata da alcuni personaggi discutibili, di “epurare” i soggetti politicamente scorretti dalle opere musicali appartenenti al Metal, in quanto detta forma musicale trova la sua realizzazione proprio nella rappresentazione oggettiva di tali soggetti. A conti fatti il libro di Cresti cerca di fornire al lettore i giusti strumenti di valutazione mentale, assieme ad una forma di pensiero pienamente oggettiva, per renderlo più critico riguardo alle fenomenologie di condizionamento culturale, oggi troppo spesso poste in atto al solo scopo di rendere le masse totalmente acritiche riguardo le proprie e personali scelte musicali, costruendo così un mercato ad hoc per diffondere prodotti “musicali” attenti alla forma ma sempre più poveri di sostanza, in un clima generale di totale privazione anche del solo concetto di cultura. Il messaggio di allarme di Antonello sarà forse considerabile troppo esagerato da taluni? Posso solo rispondere che i segnali di allarme sono troppo forti, e nel caso in cui si verifichino in maniera massiva e definitiva certi fenomeni di analfabetizzazione culturale e non da meno musicale, conviene seguitare a porsi certe domande, tenendosi pronti ad ogni tipo di eventualità. È in gioco il libero pensiero e la libera fruizione di musica totalmente priva da condizionamenti di massa. Concludo dicendo che il saggio è introdotto da buone prefazioni di personaggi come Andrea Colombini, Michele Tabucchi ed il cantautore genovese Francesco Baccini.
Voto: 9/10
Alessio Secondini Morelli















