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K.K. Downing con Mark Eglington – Heavy Duty: La Mia Vita Nei Judas Priest

K.K. Downing con Mark Eglington – Heavy Duty: La Mia Vita Nei Judas Priest

Casa editrice: Tsunami

Dopo il cinquantennale dell’Heavy Metal, scandito dal 50mo anniversario dell’uscita del primo, omonimo album dei Black Sabbath… un’altra band considerabile come Storia per lo stesso Heavy Metal ha festeggiato il suo cinquantennale. I Judas Priest. Da circa 10 anni il chitarrista e fondatore K.K. Downing si è ritirato dall’attività… mentre i nostri non accennano ad andare “in pensione”, sostituendolo con Ritchie Faulkner. Lodevole ostinazione, nonostante l’età galoppante, per carità. Ma… già a partire da questo avvenimento inaspettato, sono troppe le cose che non apparivano perfettamente chiare. Alcune dichiarazioni leggermente controverse rilasciate pubblicamente, ad esempio, hanno scatenato il commento di Rob Halford secondo il quale “i panni sporchi dovrebbero esser lavati in famiglia”. Si rendeva necessario un chiarimento su parecchie faccende. E per fortuna questo non tarda ad arrivare. Nella forma dell’autobiografia di Downing, scritta assieme al giornalista musicale Mark Eglington. Il nostro K.K. d’assalto aveva, presumibilmente, fin troppi sassetti da togliersi dalla scarpa. Vi assicuro che lo stile di scrittura scelto è tutt’altro che quello di una persona frustrata o portatrice di rancore a distanza. Si tratta invece del punto di vista di un galantuomo, che nonostante cerchi di esporre al lettore tutti i fatti così come lui li ha vissuti (e nei limiti del possibile quindi avallati da una certa oggettività), ribadisce più di una volta di aver lavorato per decenni in quella che secondo lui è la miglior band del mondo, a fianco con dei grandissimi musicisti e professionisti, e di questo ringrazia sentitamente. Precisato questo, iniziamo col dire che durante la lettura ogni fan avrà modo di immergersi con grandissimo interesse nella vita del musicista di West Bromwich. A partire da una famiglia d’origine fortemente disfunzionale (più di una volta il mio “io emotivo” si è trovato nei primi capitoli a provare fortissimo astio per la figura del padre di K.K., non vi svelo nulla ma si tratta davvero di situazioni mortificanti per un bambino). Passando per la sua repentina maturità e presa di coscienza, per l’iniziativa di andarsene da casa e di trovare una sistemazione lavorativa propria, passando per la prima “epifania” musicale avuta grazie ai viaggi all’estero con alcuni amici e con la visione di vari concerti di Hendrix, gli inizi con la chitarra e la formazione dei… Freight, che poi con Al Atkins alla voce diventeranno i Judas Priest. Ciò che il nostro ribadisce in continuazione è la sua peculiarità caratteriale, forgiata sul farsi scivolare addosso parecchie situazioni spiacevoli, almeno fin quando è possibile sopportarle per il bene collettivo. Vediamo quindi la band uscire dalla propria situazione underground, affermarsi internazionalmente con un contratto major… vediamo il nostro gemellarsi perfettamente a livello musicale con l’altra ascia Glenn Tipton… e vedere poi un lento declino dell’affiatamento tra i due chitarristi, dovuto a ragioni prima d’ora mai del tutto chiare (oltretutto, il nostro sostiene la tesi in cui non solo lui ma anche altre persone abbiano trovato delle difficoltà a sincronizzarsi con Tipton durante i concerti). Sviscerando ogni anno vissuto nella band, Downing cerca di far luce su una serie di scelte sbagliate dei management che non hanno permesso ai Judas Priest di raggiungere la fama internazionale degli Iron Maiden (tra l’altro vengono raccontati anche degli episodi concernenti la rivalità tra le due band, iniziata già mentre erano in tour assieme nei primi anni ’80, e costruita in maniera abbastanza odiosa di sicuro per ragioni “promozionali”). Dette scelte sbagliate, assieme anche al deterioramento di rapporti umani con cui Downing si è trovato costretto a convivere nei decenni di militanza nella band, hanno impedito a quanto pare ai Priest di esser universalmente riconosciuti come dei grandi. Situazioni non dissimili, tra l’altro, da quelle descritte da Biff Byford dei Saxon nella sua biografia “Never Surrender”. Nello scorrere delle pagine, troviamo anche un sacco di ricordi utili sui vari luoghi in cui sono stati registrati i vari album dei Priest, nonché le opinioni di Downing su dei fatti mai eccessivamente sbandierati ai quattro venti. Come l’omosessualità di Rob Halford (sempre liberamente accettata all’interno della band, voglio sottolineare), i problemi di alcol dello stesso Rob e la sua dipartita dalla band nei primi anni ’90 (ma soprattutto… viene descritto anche il grado di amicizia raggiunto con Rob), nonché sui problemi legali del controverso ex-batterista Dave Holland (una nota nel capitolo ci avvisa che Holland è deceduto più o meno mentre la biografia andava in stampa)… e ovviamente sul processo-farsa che i nostri hanno dovuto affrontare nei primi anni ’90. Il nostro lo ribadisce alla fine del libro: nonostante le controversie, non biasima se stesso per la vita che ha vissuto. Né tantomeno per le scelte che ha fatto. In un modo o nell’altro si è realizzato, seppur con molte difficoltà. Alla fine del vero e proprio “viaggio” che rappresenta questo libro, appare una voglia fortissima di andare in un pub di West Bromwich per brindare a birra con il nostro caro amico Ken “K.K.” Downing, ringraziando il cielo perché seppur maturato con l’età, la vita non lo ha mai davvero cambiato. Ed è forse questo il suo segreto. Ciò che non lo fa uscire con le ossa rotte dalle continue prove che ha trovato da affrontare sul suo cammino. Alcune volte cercando di rimanere impassibile (com’è nel suo carattere e non è detto sia un male anzi: a volte mi ritrovo a pensare che dovrebbero esistere più persone “ROBUSTE” come lui), altre volte dove non gli sia stato possibile, arrivando alla “rottura” dei rapporti. Cosa possiamo dire? Con o senza Priest, meglio augurarci che il nostro continui a proporre la sua musica. Sì, sto pensando ai K.K.’s Priest, dove il nostro sta affilando le sue armi assieme a due altri ex-Priest di lusso: il grandissimo Les Binks e Tim “Ripper” Owens. Dopotutto, con tanti decenni di attività musicale alle spalle, sarebbe anche ora di raccogliere i propri frutti a livello chitarristico. Senza per forza trovarsi in competizione con Tipton (dico questo senza alcuna austerità e ben conscio dello stato di salute in cui verte Glenn Tipton attualmente, augurandogli una pronta guarigione). Arrivederci allora, caro K.K. Ti stringiamo la mano con tanto affetto. Sperando di reincontrarti anche “on stage”.

Voto: 9/10

Alessio Secondini Morelli

Tags: recensione
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