L’anima cangiante dei Pain Of Salvation non si ferma mai. Piuttosto diventa sfiancante, ma non si ferma. Non fa eccezione questo “Panther”, undicesimo album degli svedesi in questione, che presenta un ventaglio di stili anche piuttosto contrastanti tra loro. E tra Prog Metal/Djent più avanguardistico, Alternative (Post) Rock ed arrangiamenti elettronici ai limiti della Techno si dipana il percorso artistico estremamente complesso e sfaccettato dei nostri. Certi effetti sonori arrivano addirittura a risultare fastidiosi ad un primo ascolto (ad esempio gli strani suoni creati facendo strisciare il plettro sulle corde di una chitarra acustica su “Unfuture”). Altrove troviamo una compilation di tempi dispari Fusion a ridosso di atmosfere più rarefatte e quasi psichedeliche. I cambiamenti su parecchi brani sono talmente repentini da risultare spiazzanti. Come le vocals rappeggianti sulla title-track, che arrivano all’ascoltatore a ridosso di un’intro folkeggiante, “FUR”, suonata sul mandolino. Da autentico shock! Ciò nonostante, a sprazzi si recupera anche qualche barlume di relativa “orecchiabilità” (è il caso di “Wait”, costruita sull’equilibrio tra trame acustiche e dilatazioni di armonie vocali su tappeti fortemente Fusion), ma sempre subordinata ad una dimensione creativa estremamente vasta. I nostri non fanno economia, come detto, neppure in quanto a sperimentazione sonora. Di sicuro, un album così “progressivo” non si era mai ascoltato finora. Potrei continuare all’infinito con la descrizione di ogni sfaccettatura di “Panther”, ma sarebbe completamente inutile. E di per contro, il giudizio di un recensore dovrebbe essere abbastanza imparziale da superare la superficialità d’un ascolto singolo e frettoloso. Effettivamente, un album come “Panther” porta il concetto di “Progressive” un passo al di sopra di ciò che fu fatto dalle bands storiche dei ’70s del ventesimo secolo, pedissequamente riproposto ancora oggi a mo’ di revival. E questo supera anche il concetto di orecchiabilità ed immediatezza (ma assolutamente non quello della musicalità, attenzione) di un disco di Popular Music. Un album di questa caratura merita molti ascolti approfonditi. L’album dei POS supera abbondantemente anche il classico concetto di Art Rock. Forse, siamo al principio di una nuova era per il genere Progressive. Rock o Metal… ormai la differenza è sottile.
Voto: 10/10
Alessio Secondini Morelli
















