“L’imitazione è la più sincera delle adulazioni.“ Così scrisse all’inizio del ‘800 il religioso e scrittore Charles Caleb Colton…e potrebbe essere anche una delle chiavi per descrivere un lavoro uscito ben 200 anni dopo…non esistono veri fili conduttori che ci portano così avanti e indietro nel tempo, ma un concetto che da sempre in tutte le arti si riverbera nel tempo, anche da prima della citazione da me trascritta. Un modo di porsi di artisti (in questo caso specifico: musicisti) che potrebbe ricordare il Manierismo Italiano come fenomeno artistico di grandi Pittori nei confronti di quell’estetica che Raffaello creò (non dal nulla) ma che pose le basi per tutto un modo di rappresentare. Ma lasciando da parte le analisi pittoriche, torniamo al lavoro della band Danese dei Lucer…quartetto che ha stupito la stampa specializzata nel 2019 con un secondo album (Ghost Town) che incarnava in modo molto elegante la fusione tra AOR e Pop rock con influenze elettroniche…tutto come da migliore tradizione nordica con un uso attento alle melodie. Oggi negli uffici di GiornaleMetal.it arriva un sheet-press che ha un che di finto retrò fin dalle prime battute (“Many, many years ago in a galaxy far, far away three boys soon to become four decided to start up a hi-octane rock band…”)…se fosse stato il primo album della band, un qualsiasi ascoltatore li avrebbe bollati come l’ennesimo gruppo che ci ri-propone un formula ben collaudata dai mostri sacri (AC/DC, Guns’n’Roses, D.A.D, Backyard Babies tra i citati dalla stessa band danese come punti di riferimento). E invece qui siamo di fronte a un totem, un vitello d’oro eretto da una band che nel 2019 cominciava ad avere una sua voce e come un fulmine a ciel sereno nel 2021 sforna 9 pezzi in pure stile Rock’n’Roll…dalla produzione più cruda e asciutta, poche sovra incisioni, batteria con quel mood naturale (lontano dalle iperproduzioni svedesi per capirci), il basso incalzante e fedele alla base ritmica, riff frenetici con un Overdrive saturo, tutto come se i Lucer avessero metabolizzato il Puro Rock della loro giovinezza e lo abbiano riversato in questo nuovo album che ha un titolo quanto mai evocativo: L.A. Collection. Le nove tracce sono una dopo l’altra (menzione particolare per i due singoli Make My Getaway e Roll The Dice e la turbolenta, ma davvero azzeccata: Stabbed In The Kneecap) un decalogo di: riff, sequenza melodiche, stacchi, assoli, tempi in levare, come la tradizione Rock insegna. Mi auguro che questo album sia una sorta di Tributo a quella musica con cui i Lucer sono cresciuti e si sono appassionati (perché il Rock è Stile e tanta Passione), e in questa ottica tutto è concesso, i sentimenti non sono oggetto di recensione. Ma se così non fosse e questo L.A. Collection fosse un nuovo orizzonte per la band Danese, credo che i nostri dovrebbero ragionare bene non tanto su cosa è per loro la musica rock, ma cos’è al giorno d’oggi il Rock…un album nostalgico è un qualcosa per nostalgici e come cantavano i Queen: the Show must go on…nel 2021 un album come L.A. Collection suona solo anacronistico. La via di Ghost Town era una luce…e a volte da una piccola fiaccola si può sprigionare un focolaio enorme. “L’originalità è un’imitazione non conosciuta” – John Garland Pollard
Voto: 7/10
John Sanchez















