Una fase di trapasso, con il cambio di line-up che è stato colto come una opportunità dal nucleo restante di Ufomammut, glorioso nome italico del doom-stoner.
Trapasso, dicevamo, ma anche rinascita, concetto fissato nel titolo Fenice, in italiano, che appunto prende spunto dalla figura mitologica che risorge dalle proprie ceneri, non certo una novità nel panorama artistico in generale e musicale in particolare ma, in questo caso, esattamente la sensazione che gli Ufomammut hanno provato nello scrivere e suonare questo nono disco della loro ottima discografia.
Il nuovo batterista Levre, praticamente membro dello staff promosso a titolare dopo la separazione, definita amichevole dalla comunicazione ufficiale al riguardo, con il socio fondatore Vita, propizia quindi un cambio anche nella musica degli Ufomammut, i quali, pur rimanendo nell’orbita doom-stoner, hanno modificato la loro proposta facendo ritorno a suoni che caratterizzavano la band di Tortona nella fase iniziale della ventennale carriera piuttosto che in quella più recente, molto più pesante e aggressiva.
Fenice propone una splendida versione di un suono che coniuga, superandola, la psichedelia sognante degli Hawkwind, che sono stati recentemente recensiti dal sottoscritto con la loro opera “Somnia” su GiornaleMetal, e le band stoner che vanno per la maggiore.
Tutto quest, che potremmo definire space-stoner, eseguito con grande personalità, generando brani che interrogano nel profondo la psiche dell’ascoltatore, con suoni distorti ma fluidi, industriali ma progressivi, sintetizzatori con loop disturbanti ma che arricchiscono la proposta musicale di un disco, Fenice, che diventa più intrigante ascolto dopo ascolto, come mi è accaduto con gli stessi Hawkwind.
Nelle varie dichiarazioni rilasciate in queste settimane e nelle note che accompagnano il press-kit, si mette in evidenza che Fenice è un concept con sei capitoli che si intersecano fra loro e che l’ascolto è una esperienza di ascolto introspettiva e sensoriale, tutti elementi che ho riscontrato tuffandomi nei solchi di questo long-playing.
Si comincia con “Duat”, dieci minuti di suoni elettronici, scariche di alta tensione che diventano supporti e dissonanze sui quali innestare riff dal sapore stoner, con cavalcata finale. “Kepherer” mescola suoni di un martello ad altre interferenze, per un brano che introduce di fatto il successivo “Psychostasia”, dove il paragone fatto con l’ex- gruppo di Lemmy e le influenze stoner emergono in tutto il loro splendore. “Metamorphoenix” presenta voci e suoni distorti, che suscitano inquietudine, evidenziando un grande giro acustico-percussivo di grande livello e un finale in crescendo, con suoni molto acidi. In “Pyramind” si ha la sensazione di vedere volteggiare nello spazio degli oggetti, con chitarre liquide e un basso davvero pesante e intenso, con assolo proveniente dallo spazio, una delle poche concessioni di questo tipo. Con le urla sfumate di “Empyros” si conclude questo disco che verrà apprezzato a lungo e sempre più dai molti fans del gruppo, ma anche da nuovi esploratori della musica che cercano nuove sensazioni. Con Ufomammut, ne troverete molte e davvero intense.
Voto: 7,5/10
Massimiliano Paluzzi
















