di Maurizio Mazzarella
Essendo alla tua prima esperienza discografica, quali sono le sfide più grandi che hai incontrato nel creare un sound sperimentale?
Non posso affermare di essere alla prima esperienza discografica, poiché in realtà non possiedo alcuna etichetta. Tutto il mio materiale lo compongo e produco personalmente. Proprio per questo, ogni piccolo aspetto della filiera di creazione di un brano rappresenta una sfida. La più grande, forse, è la ricerca della perfezione per raggiungere al meglio l’ascoltatore.
Taranto ha una scena musicale molto particolare: quanto pensi che le tue radici locali influenzino il tuo stile e la tua ispirazione?
Può sembrare brutale, ma tra le motivazioni c’è anche il desiderio di scappare dalle mie radici per raggiungere mete musicalmente più affini e vive. Questo desiderio è forte e innato da molto tempo, ma si è amplificato quando, alle mie prime esibizioni live, ho notato con non poco dolore che il pubblico era scarso e spesso indifferente, quasi del tutto passivo.
Nel metal sperimentale la sperimentazione sonora è centrale. Come scegli strumenti, suoni o tecniche da inserire nelle tue composizioni?
Parto dagli strumenti base (batteria, basso, chitarre, voce) e poi aggiungo melodie secondarie, come archi o violini, cercando costantemente armonia. Non seguo una scaletta precisa: pur essendo attento alla perfezione tecnica, mi lascio trasportare dal getto creativo del momento.
Quali artisti o generi musicali ti hanno maggiormente ispirato?
Sin da piccolo ho ascoltato rock e metal tramite MTV. In famiglia, invece, le note di Alex Britti, Piero Pelù, Baglioni e Lucio Dalla erano costanti. Crescendo, ho scoperto il J-Metal/Visual Kei giapponese e, in particolare, la band D.I.D. – until the Day I Die, che mi ha ispirato profondamente. In realtà, potrei citare un’infinità di band che hanno influito sul mio percorso creativo.
La tua musica mescola aggressività e atmosfere complesse: come descriveresti la tua estetica sonora a chi non ti ha ancora ascoltato?
I miei brani possono sembrare caotici a chi mi ascolta per la prima volta, vuoi per le note alternate o per gli stili di canto. A livello emotivo, però, tutto viene percepito intensamente. Molte persone dopo avermi ascoltato hanno detto di essersi sentite “toccate dentro”, e questo mi rende felice, perché significa che dalla mia arte traspare il mio stato d’animo.
Il territorio di Taranto ha un ruolo nelle tue tematiche?
Sì, ho dedicato a Taranto un brano, Sad City Vibes, presente nell’EP The Meaningless del 2023. Il brano racconta il senso di oppressione e di emarginazione causato dall’ignoranza della città, che potrebbe invece brillare. Cito le luci della città nel testo:
“The lights around when I’ve been alone
Were holding my hand
And when the sky was falling down
There was no one survived
And I knew my mind was unconscious”
Come affronti il rapporto tra virtuosismo tecnico e impatto emotivo?
Non ho un grande feeling con il virtuosismo tecnico; non mi considero un musicista tecnico. Sono un artista che si lascia trasportare da sensazioni, emozioni e stati d’animo, fondendoli con sonorità e accordi non necessariamente complessi.
La sperimentazione rischia di allontanare il grande pubblico: quanto è importante l’equilibrio tra innovazione e ascoltabilità?
Non mi pongo questo problema. Non cerco compromessi per “acquistare” il grande pubblico. Il mio obiettivo è essere ascoltato da persone affini, poche o tante, che apprezzino il mio lavoro.
Hai già in mente una direzione per il tuo percorso musicale futuro?
Non pianifico nulla; lascio che le cose accadano spontaneamente. Sicuramente sogno di fare quante più esibizioni live possibili e far conoscere la mia musica.
Se dovessi definire la tua musica con tre parole, quali sceglieresti?
Bipolare – Quotidiana – Grigia
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Bipolare: per le sonorità che oscillano tra aggressività-caos e melodie malinconiche.
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Quotidiana: perché racconta spesso fatti e momenti del mio vissuto.
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Grigia: riflette la visione del mondo circostante che emerge in ogni mio brano.
















