Dalle note recuperate in rete sulla band debbo dire che di primo acchito sembrerebbe una versione italiana delle scelte alternative di Nergal e di Chriss Harms. Per capirci Nergal ha un progetto “dark country” stessa cosa Chris Harms e visto e considerato che il deus ex machina “il cardinale” era fondatore di una band black metal il rimando è presto fatto.
Detto ciò “il piatto piange” dato che la fondazione della band è del 2009, nel 2011 esce il primo demo, quindi nel 2015 un album vero e proprio e poi silenzio fino al 5 novembre scorso, quando la band da alle stampe questo EP composto da sei brani, cinque più intro strumentale, che sanno parecchio di country e di folk americano stile Johnny Cash e stile Willie Nelson ma con una punta di oscurità.
Le chitarre sono ben composte e ben suonate, anche alcuni passaggi con lo slide quasi a dare l’impressione della steel guitar; il basso “fa il suo” tenendo tonica e la batteria funzionale per quello che è il lavoro che deve fare; magari avrebbero dovuto gestire in modo migliore le registrazioni di queste ultime.
Echi strani, nel senso che sono eccessivi e rendono meno funzionale la ritmica di batteria. Rullante troppo “secco” (troppa punta e poco “corpo”).
Voce interessante, anche se in alcuni passi trovo “troppa teatralità” che poteva essere usata in modo differente; capisco che un uomo difficilmente possa cantare come Dolly Parton o come Taylor Swift, ma neppure impostare la voce in modo da prendere le false corde basse mi pare poco funzionale. Anche perché non avviene in tutti i brani, quindi c’è “intenzione”.
Composizioni in linea con il genere e con il sottogenere, si sappiate che esiste il dark country, e la band ripercorre in modo ligio gli stilemi e le prescrizioni durante tutta la durata dell’EP. Unico dubbio la scelta di fare un lavoro in analogico in questo momento storico. Sia chiaro, encomiabile come scelta, ma le dinamiche di cui sopra e le pecche potevano esser mitigate con un passaggio iniziale in digitale e quindi un’eventuale post produzione in analogico. Ma siamo nel campo delle scelte artistiche e li mi fermo.
Trovare su cinque tracce, escludo l’intro, le migliori sarebbe dovervi segnare uno o due brani. Acnhe perché il minutaggio proposto è ovviamente breve, da “Radio edit” se vogliamo, quindi non me ne voglia la band se indico solo “Dry tears” e “They all blame the witch”.
A conclusione poco materiale per poter dare un voto alto e purtroppo ci sono anche alcune imprecisioni da mixer che non aiutano molto. Consiglio alla band di effettuare il prima possibile altre registrazioni e magari dare alle stampe nuovo materiale nel breve termine che far passare sette anni per cinque brani mi pare troppo.
Voto: 6/10
Alessandro Schümperlin















