Tornano in pista per la tredicesima opera i grandi Testament, con un disco che accontenterà i fans storici e, probabilmente, ne allargherà la schiera. L’inizio è davvero spettacolare con lo speed-thrash di “For the love of pain” che fa capire che le intenzioni dei Testament sono quelle di incendiare i suoi fans, compresa una parte centrale con forti contaminazioni nu metal, che modernizzano il suono. “Infanticide AI” si muove sulle stesse coordinate, anche se il brano è più convenzionale. La sezione ritmica picchia duro e veloce con Steve Di Giorgio al basso e la nuova entrata Chris Dovas alla batteria, che non fa rimpiangere un fenomeno come Gene Hoglan , la voce di Chuck Billy graffia come sempre e appaiono le due chitarre anche in versione solistica con Eric Peterson e Alex Skolnick, musicista a mio parere troppo sottovalutato per la sua capacità esecutiva ma anche per la sua versatilità e la sua abilità a cimentarsi con successo anche in altri generi.
Il suono pieno della batteria di Dovas spiana la strada alle chitarre ruggenti di Peterson e Skolnick in “Shadow People”, brano ritmato e con il marchio di fabbrica “Testament” ben impresso nelle note che scaturiscono dagli speaker. Completamente diversa “Meant to be”, che ricorda per certi versi “Return to Serenity” celebrato brano del passato. Un brano prevalentemente acustico, con una orchestrazione sinfonica, di buon livello, grazie anche al violoncello di Dave Eggar, famoso anche come pianista.
Il growl di Chuck Billy è l’aspetto più aggressivo di “Witch Hunt”, implacabile song veramente potente, una delle meglio riuscite, peraltro, di un buon disco, che peraltro usa un titolo “Para Bellum” drammaticamente attinente con la realtà attuale. “Nature of the Beast” è un thrash metal classico, molto scorrevole, da ascoltare con un po’ di nostalgia, coordinate sulle quali si muove, essenzialmente, “Room 117”, un pochino più rotonda nell’arrangiamento, ancora più aderente alla classica proposta musicale dei Testament, comunque uno dei nomi di punta dell’heavy metal mondiale. In questo brano emerge la poliedricità di Skolnick, in un lungo assolo non troppo carico di tecnica, ma molto ispirato. E’ di gran livello il riff di “Havana Syndrome”, con le linee vocali di Billy portate con un leggero eco, da sempre sua caratteristica. Il disco si chiude con la title-track “Para Bellum”, brano che si sviluppa in quasi sette minuti, il più lungo del disco. Dopo una lunga introduzione, è un pezzo molto evocativo che tratta dei temi bellici con lucidità e potenza. Una degna conclusione di un disco che ripropone i Testament sulla scena thrash ,e non solo, mondiale. Una prova che conferma la voglia di suonare metal dei Testament, che dal vivo restano uno dei gruppi più devastanti e coinvolgenti in assoluto.
Voto: 8/10
Massimiliano Paluzzi















