“Una tragedia non necessita di sangue e morte; è sufficiente che sia pervasa di quella maestosa tristezza che è il fondamento della tragedia”. Jean Racine
La chiusura ermetica con la quale alcuni generi si ingabbiano è da un lato produttiva per l’approfondimento del genere stesso, ma dall’altro porta all’annientamento (per dirla alla Alex Garland) della struttura architetturale della proposta. La parte positiva quindi giova alle band che in un mercato asfittico e propenso all’ascolto subitaneo possono produrre i propri album senza grossi ostacoli. Il leit motiv: ce lo facciamo da soli (tanto orami le tecnologie ci danno le possibilità) è imperante. La parte negativa invece cosa comporta? Comporta che, in un genere confinato in: schemi ritmici prefissati, riffing di matrice moderna, voci possentemente extreme ormai abusate, si creino delle clonazioni particellari. Se un genere di per se ha bisogno per esistere di una grammatica che raramente può essere modificata, se non per aperture melodiche o parti di “ambiente” con tastiere e synth, è un genere che tenderà a collassare su stesso ogniqualvolta che cercherà di produrre un qualcosa.
E la grande tragedia in questo contesto non è tanto ormai una “banalità” della proposta artistico-musicale, ma che a questo movimento aderiscano band e giovani musicisti di livello che presi singolarmente hanno tutte le caratteristiche (soprattutto tecniche) per fare e dire molto di più. Già in Italia ci sono grossissimi problemi di “struttura” e meritocrazia per il genere Metal, se poi a questi aggiungiamo la propensione a seguire modelli auto-degenerativi esteri, la cui notorietà e forza è vacua e frutto solo di “mode” che regolano il mercato Metal, siamo a un punto di non ritorno (per dirla alla W.S. Anderson).
Questo prologo era necessario per introdurre un album come Tiit degli italiani Sun of The Suns, nuovo progetto targato Scarlet Records, con in formazione musicisti provenienti da altri progetti di pregio. L’album tenta, mancando completamente il bersaglio, di portare una sorta di “nuova frontiera” del death metal estremo con innesti sci-fi, proiettando l’ascoltatore ai Rings of Saturn o ai Rivers Of Nihil …senza avendone la stessa genialità creativa. I 10 pezzi sono ben scritti e strutturati, ma mancano completamente di quel “qualcosa” che porta all’orecchio dell’ascoltatore l’attenzione e l’interesse per il disco. La componente esecutiva non si mette in discussione, troviamo alle batterie il velocissimo Francesco Paoli e al basso Simone Mularoni (qui in veste anche di produttore, ing. del suono, tecnico di mixaggio e mastering). I suoni del disco sono ormai un trademark consolidato che i Domination Studio portano avanti ormai da anni. La band nella sua scelta di produrre l’album in tali studios sceglie la via del “Suono Caratteristico” e ne viene completamente annichilita. I pezzi al primo ascolto sono un unico magma sonoro con i livelli portati ai limiti per enfatizzare oltremodo le batterie e i riff, che producono una grande quantità di note totalmente amorfe.
La produzione al posto di consolidare il messaggio dei musicisti e far emergere il “sound” della band, la soffoca e la uniformizza. Alla fine il disco suona praticamente tutto uguale, le voci sono belle e in linea con il genere, ma talmente mono-tematiche che si perdono in questo grosso corpus unico. L’Esterofilia colpisce pure l’artwork che sì, molto d’effetto e apprezzabile dal punto di vista artistico, ma che ci ricorda band come Veil of Maya e Fallujah.
Come ho già scritto in queste sedi uno dei problemi in Italia non sono le capacità tecniche o le possibilità, ma questa mancanza di inventiva, originalità e sforzo di voler dire qualcosa di diverso.Senza la convinzione e la perseveranza di ristrutturare il genere, la proposta sarà sempre più collassabile su stessa, finché un giorno diventerà un genere completamente di pertinenza di musicisti stratosferici come i Thy Art is Murder, che nel microclima del genere hanno quello che si chiama: Puro Talento.
“La Galassia infatti non è altro che un ammasso di innumerabili stelle disseminate a mucchi.” Galileo Galilei
Voto: 6,5/10
John Sanchez















