Il terzo album degli Stranger Vision, intitolato “Faust – Act 1”, segna un deciso salto qualitativo rispetto ai lavori precedenti, rivelandosi il più riuscito finora. Si tratta di un concept ispirato all’opera di Johann Wolfgang von Goethe (“Faust”), che esplora il conflitto tra ambizione e moralità.
Sin dalle prime note, si percepisce una freschezza compositiva che contraddistingue questo disco come il più originale, il più “metal” e anche il più moderno della loro (seppur breve) carriera discografica. “Faust – Act 1” si muove su territori prettamente power metal, attingendo qualcosa dal prog e aggiungendo alcune sonorità nu-metal, quasi industrial, che arricchiscono ulteriormente il sound dell’album.
Il risultato finale è un album piacevole da ascoltare, dal suono moderno, in cui le influenze si mescolano armoniosamente senza mai apparire forzate, arricchito dall’eccellente produzione firmata da Simone Mularoni.
I riffs sono “potenti” e i ritmi incalzanti, con la doppia cassa che picchia come non mai (per un album targato Stranger Vision). Le parti strumentali, come ritmiche e assoli di chitarra, sono di livello assoluto, ma la scelta delle linee vocali mi lascia un po’ perplesso e non mi convince del tutto.
Cerco di spiegarmi meglio: quando il cantante Ivan Adami resta su registri medio-alti, la sua voce è davvero pregevole; ma nei passaggi in cui scende su tonalità più basse, assumendo un timbro più graffiante e aggressivo, la somiglianza con la voce di Peavy Wagner dei Rage diventa fin troppo marcata, rischiando di far apparire la band come una sorta di clone dei tedeschi (quelli più recenti e sinfonici).
Nel primo disco, “Poetica”, il cantante si era ispirato, come impostazione vocale, al timbro di Zak Stevens (che figurava anche come guest in quel disco) e ai Savatage in generale, come ad esempio nel brano “Soul Redemption”. In questa nuova produzione, la voce si avvicina in modo forse eccessivo a quella di Mr. Wagner, anche se in certi frangenti potrebbe ricordare quella di Ritchie Krenmaier, della band austriaca Stygmata IV, poi Stygma IV.
Dopo aver ospitato nei primi due album vari artisti come Zak Stevens, Alessandro Conti e Hansi Kürsch, non poteva mancare un’altra special guest di “spessore”: questa volta è James LaBrie dei Dream Theater, che compare nell’ottima “Nothing Really Matters”.
Tra i brani migliori, vale la pena citare “Look Into Your Eyes”, “In Principium” e “Dance Of Darkness”, quest’ultima il pezzo forte del lotto, con reminiscenze alla Symphony X ed Eldritch.
In sintesi, un lavoro consigliato a chi è alla ricerca di un power metal evoluto e ricco di contaminazioni, che supera i tradizionali schemi del genere e si distanzia in maniera “netta” dalle miriadi di produzioni fatte con il classico “copia e incolla” che suonano un po’ tutte uguali.
Voto: 7/10
Stefano Gazzola















