Dopo il mezzo passo falso di “The Nature of Time” che aveva parzialmente snaturato il sound della band (per come la conoscevo io), i Secret Sphere si erano rimessi in carreggiata con il successivo “Lifeblood” (anche grazie al rientro del figliol prodigo Roberto Messina), ed ecco arrivare questo bellissimo e per certi versi inaspettato “Blackened Heartbeat”.
Il disco si apre con la intro acustica “The Crossing Toll” , fuori dai canonici “schemi” Secret Sphere (normalmente troviamo le intro infarcite di orchestrazioni), la parte iniziale mi ricorda per certi versi l’inizio di “Diary of a Madman” di Ozzy Osbourne.
“J.’S Serenade” furioso brano power che rimanda ai fasti di “Sweet Blood Theory”, si tratta del primo singolo scelto dalla band per presentare il nuovo disco, pezzo davvero ispirato con un refrain (corale) 100% Secret Sphere.
Nemmeno il tempo di metabolizzare il primo brano, ed ecco arrivare un’altra mazzata tra capo e collo che porta in nome di “Aura”, davvero un ottima traccia dalle atmosfere e dalle orchestrazioni “nefaste” dove ”l’attacco” di chitarra posto in apertura mi ricorda molto i Symphony X (anche per via dei riffs di chitarra che seguono il refrain), tra le canzoni più ispirate del disco.
Brano che riesce ad essere oscuro e al tempo stesso che denota una vena malinconica , dove le orchestrazioni riescono ad esaltare la qualità eccellente del songwriting proiettando il brano verso un power metal sinfonico e cinematografico in stile LT’s Rhapsody.
“Bloody Wednesday” brano tra i più “cupi” del platter, dove troviamo voci “growl” a renderla maggiormente oscura e “cattiva”, ci pensa però il buon Roberto “Ramon” a dare quel tocco melodico con la sua splendida (e unica) linea armonica vocale. Ottimi i cori simil “gregoriani” posti nella parte centrale, dove si esalta il cantato “malinconico” di Roberto, altra traccia sublime con un songwriting ispirato e davvero “fresco” e originale.
Dopo un trittico da paura le atmosfere si fanno più rilassate con “Captive” che possiamo definire la “The Scars That You Can’t See” 2.0. , ottime le trame tessute dal suono di piano dell’ottimo Gabriele Ciaccia
“Dr. Julius” è un brano roccioso infarcito di orchestrazioni, che possiamo considerare come la naturale prosecuzione, la degna erede di “Mr. Sin” , in versione più “cattiva”, più “metal”.
“Confession” è un altro carico da 90, dove la batteria picchia all’inverosimile, al limite tra il brutal-death metal e lo speed metal, l’assolo di chitarra di Aldo è da spellarsi le mani a forza di applausi, da autentico guitar-hero, lo stesso vale per la sezione ritmica composta dal duo Lazzarini-Buratto :che bordata ragazzi !
In questo brano c’è tutta l’essenza dei Secret Sphere: melodia, potenza, velocità, coralità, orchestralità, tutto racchiuso in questa piccola “perla”, ascoltare per credere !
“One Day I Will”: la ritmica iniziale mi ricorda il brano degli Stratovarius” Infernal Maze”, ennesima sfuriata power dove le orchestrazioni si rivelano autentico punto di forza, il refrain è davvero avvincente con una sezione ritmica da URLO; si attesta come uno dei brani più convincenti dell’intero album.
E’ il turno della ballad “Anna”, forse la traccia meno ispirata del disco, brano mica brutto intendiamoci, ma sicuramente in passato i Secret Sphere hanno saputo scrivere ballad migliori.
“Psycho Kid” altra power-song dai ritmi vorticosi, stilisticamente si attesta tra un mix di “J.’S Serenade” e “Aura”; chiude il disco la title-track “Blackened Heartbeat”, dove troviamo il cantato “gridato” in stile “Judas Priest” (R. Halford) e “Primal Fear” (R. Scheepers), la chitarra scandisce dei riffs alla Zakk Wylde, brano che nel ritornello rispolvera quelle coralità già assaporate in “Sweet Blood Theory” e in “Archetype”.
I Secret Sphere hanno sfornato un album davvero convincente, l’album che ho sempre desiderato di sentire da “Archetype” in poi e che finalmente è arrivato.
“Blackened Heartbeat” suona fresco, potente e melodico, con un songwriting davvero ispirato; sicuramente il miglior disco post “Archetype”.
Tra i fautori di questo disco (e dei precedenti), non dimentichiamoci il grande apporto del sesto membro “ombra” e co-autore delle composizioni, l’ex tastierista Antonio Agate che merita di essere giustamente citato.
Se proprio devo trovare un difetto in questo disco (ma di tratta di un peccato davvero veniale), la produzione non mi riesce a convincere pienamente , in linea generale preferivo quella del precedente “Lifeblood”.
Voto: 8/10
Stefano Gazzola















