Dell’ultimo Paradise Lost potrei dire la stessa identica cosa che ho già detto dell’ultimo My Dying Bride. Gli antesignani del Doom/Gothic Metal si contano sulla punta di tre dita (contando anche Anathema), e dopo una trentina d’anni sono ancora in una forma smagliante. Su questo non si discute. Ma la recensione dev’essere mirata alla band trattata. Mettiamo quindi da parte i paragoni ormai triti e ritriti, e pronunciamo di cuore un altro sunto indiscutibile: per l’anno 2020 non può esserci album dei Paradise Lost migliore di “Obsidian”. Tutti i più mirabili e nobili stilemi consueti del quintetto di Halifax sono presenti, sviluppati e riproposti in maniera matura e ben ponderata, come da copione quando si tratta di una band che, nonostante un relativamente breve periodo di ricerca sperimentale all’epoca del bistrattato (ma fortunatamente rivalutato nel tempo) “One Second”, ha deciso di intraprendere il proprio cammino artistico dimostrando globalmente sempre una certa coerenza. I nostri sono la dimostrazione vivente che la maturità artistica, di pari passo con il mantenimento della propria identità musicale, porta lontano. Per questo, dopo oltre 30 anni di esistenza, i Paradise Lost propongono un album di una freschezza, di una spontaneità ed assieme di una maturità e di un valore compositivo spaventosamente alti. Il precedente “Medusa”, pur rivelandosi valido per le sue peculiarità musicali, aveva forse fatto storcere il naso a taluni per una produzione volutamente “rough”, che aveva probabilmente il compito di mettere in luce il lato più “rabbioso” della musica della band. Con “Obsidian” i nostri decidono per tornare ad una produzione estremamente rifinita, con arrangiamenti che sanno di classico Gothic anni ’80 (uno stile musicale che beninteso non è mai stato estraneo a Mackintosh e soci), con i quali si rendono in grado di intessere bellissime atmosfere in brani come l’ottima “Ghosts” e “The Devil Embraced”. Mentre il lato più ossessivo e crudo delle sonorità dei Lost è ben presente, ad esempio, in “Forsaken” e soprattutto nella finale “Ravenghast”, tanto Sabbath-oriented nei riffs quanto “emotivamente” ben riuscita. La voce di Nick Holmes ormai fa scuola. Egli, nonostante il ridotto registro canoro tradizionalmente toccato, sfoggia maestria tanto nei growls quanto nel clean baritonale, dove tocca punte pregevoli di espressività. La maestria compositiva del rifferama di Mr. Greg Mackintosh, poi, è ormai da tempo riconoscibile tra mille (almeno quanto la sua tipica espressività negli assoli). E non ci tradisce neppure per una nota dei 9 brani che compongono “Obsidian”. Con il quale i Lost ci dimostrano ancora una volta la differenza tra un album che contiene un semplice ventaglio di stilemi propri di un certo genere… ed un album invece ben sviluppato come un’opera coerente e d’alto livello, da parte di una band che non rinnega le proprie radici, certo, ma che invece di adagiarsi sugli allori (e ne avrebbero anche il sacrosanto diritto) del loro status di capistipite della scena Gothic/Doom, riesce dopo trent’anni ad avere freschezza e lucidità mentale per creare ancora grandi albums. Prendete nota: i Paradise Lost nel 2020 sono vivi e vegeti, e nessuno li scalfirà. Certo, dovrete frenare il vostro entusiasmo almeno fino al 15 maggio, che è la data di uscita ufficiale di “Obsidian”. Ma coraggio, mancano davvero pochi giorni.
Voto: 10/10
Alessio Secondini Morelli















