Dopo 7 anni dall’ultimo lavoro ‘Daemon’, la band ritenuta da molti la fondatrice del Black Metal moderno, torna con un album che conferma la sua capacità innata di creare e migliorarsi senza alterare minimamente la sua natura intrinseca di generatrice della forma più primigenia e feroce del metal estremo oscuro e nichilista, tanto da riuscire ad essere apprezzata anche da chi non l’ha mai amata nel periodo iniziale (e di maggior fama, soprattutto per i fatti non musicali del Norway Black Metal Inner Circle).
‘Elegy of Death’ dei Mayhem, si presenta fin dall’opener ‘Ephemeral Eternity’, come un efficace, canonico ma incredibilmente affascinante esempio di true black metal filtrato da esperienza e perseveranza nel credo della più selvaggia ferocia musicale; una ferocia che, ripulita nell’esecuzione anche grazie ai componenti storici sopravvissuti ed agli innesti della seconda fase della carriera del quintetto scandinavo, assurge a livelli di epica distruttiva, senza cedere a nessuna contaminazione o modernizzazione inutile.
L’esempio più lampante risiede nelle tracce ‘Weep for Nothing’ e ‘Aeon’s End’, dove le più laceranti accelerazioni degli esordi si incastrano a cambi di passo ritmico ed a un lavoro di chitarre pulito, essenziale ma non scarno: Ghul e Iversen, con le loro sferzanti sei-corde, controllano i venti freddi dell’incubo, riuscendo ad ingrossare il suono senza renderlo pachidermico ed a guidarci in mezzo alla tempesta di ‘Funeral of Existence’ senza perdere la bussola ma, allo stesso tempo, senza diventare ripetitivi.
I ritmi sostenuti e le variazioni a favore dei momenti più evocativi, come l’incipit di ‘Realm of Endless Misery’, sono manovrati dal sempre titanico Hellhammer (tra i migliori batteristi metal in circolazione, e non solo), supportato dal collante musicale di Necrobutcher, imprescindibile nel suo essere legame tra le sezioni dei Mayhem, in grado di saper far risaltare anche i centellinati ma compiutissimi assoli della coppia di asce nordiche.
A coronamento di tutto questo, la voce raggelante di Attila Csihàr, vero bardo della più malvagia oscurità sonora, un attore e catalizzatore emotivo, oltre che un singer estremo dall’indubbia personalità, che lo si apprezzi o meno (il finale della suddetta ‘Realm…’ è angoscia pura).
Ci si rigetta nella tempesta dantesca con ‘Propitious Death’, questa volta rallentando quasi subito, con un mid-tempo imperioso che riesce a dare un senso di tensione da inseguimento, solo che chi ci tallona sono i nostri incubi peggiori, cacciatori che non conoscono ostacoli e che, per questo, possono concedersi il lusso (come i Mayhem), di passeggiare sulle ceneri delle proprie vittime e, solo quando sono ispirati, lanciare i loro segugi mortali sulle tracce delle loro prede, al comando di quel signore della tormenta della doppia cassa che è Hellhammer.
Conclude questo lavoro ‘The Sentence of Absolution’, una sorta di quasi-suite, vista la lunghezza (almeno per le medie delle track dei Mayhem), un vero e proprio crescendo di violenza atmosferica, scandita da riff minimali ma possenti ed anche ipnotici, nella loro ferinità.
Lavoro tra i migliori della band norvegese (sicuramente per la seconda parte della loro carriera) e che riesce a stregare, con la sua cura negli arrangiamenti ed una freschezza compositiva che non tradisce minimamente il credo del five-piece del Nord-Europa, anche chi non è mai stato fan o grande estimatore della band perché, c’è da ammetterlo, questo disco è veramente la rappresentazione di un mondo sull’orlo del baratro.
Bisogna ammetterlo: giù il cappello di fronte ai Mayhem del 2026.
Voto: 8/10
Andrea Evolti















