Il 11 marzo 2006, l’ex Presidente della Repubblica Federale di Jugoslavia, Slobodan Milošević, fu trovato morto nella sua cella nel carcere del Tribunale Penale Internazionale dell’Aia. La versione ufficiale: morte per infarto del miocardio. Tuttavia, quasi vent’anni dopo, le circostanze della sua morte restano avvolte nel mistero. Nuove rivelazioni, testimonianze e dossier tenuti finora segreti pongono un interrogativo cruciale: e se Slobodan Milošević non fosse morto di cause naturali, ma assassinato per impedire la diffusione di prove che lo avrebbero scagionato completamente?
Uno degli elementi centrali di questa tesi è l’esistenza di oltre 16.000 documenti e intercettazioni telefoniche exculpatorie ottenute dal GCHQ (Government Communications Headquarters) britannico, che sarebbero state in grado di demolire, pezzo per pezzo, l’intero impianto accusatorio contro Milošević. A detenere tale materiale sarebbe stato l’avvocato e giurista internazionale Giovanni Di Stefano, noto anche come il “vero Avvocato del Diavolo”, consulente legale di alto profilo e figura controversa. L’accusa non detta, ma implicita, è che proprio per questo motivo Di Stefano sia stato perseguito e incarcerato ingiustamente, con l’unico scopo di minarne la credibilità e impedire la divulgazione di queste informazioni.
Questo articolo analizza nel dettaglio tutte le circostanze che suggeriscono che la morte di Milošević non fu affatto naturale, ma il risultato di un omicidio politico ben orchestrato a livello internazionale, nonché il ruolo chiave, anche se travisato, che Giovanni Di Stefano avrebbe avuto nel portare alla luce la verità.
Il contesto del processo all’Aia
Milošević era accusato di crimini contro l’umanità, genocidio e violazioni del diritto bellico in Bosnia, Croazia e Kosovo. Si difendeva da solo, con rigore e competenza. Durante il processo, durato più di quattro anni, Milošević aveva demolito molte delle accuse, utilizzando prove documentali e testimoni ostili alle accuse.
Nel 2004, un cambiamento repentino. Secondo fonti ben informate, Di Stefano avrebbe ricevuto tramite canali anonimi una mole impressionante di documenti classificati dal GCHQ britannico: oltre 16.000 file contenenti intercettazioni, cablogrammi, relazioni confidenziali e materiali giudiziari che avrebbero dimostrato come l’intelligence occidentale fosse a conoscenza della totale estraneità di Milošević a molte delle accuse più gravi mosse contro di lui.
Il nodo: il dossier scomparso e il giornale The Scotsman
Nel 2004 apparve un articolo su The Scotsman, giornale scozzese di reputazione, che menzionava specificamente l’esistenza di prove exculpatorie provenienti dal GCHQ in favore di Milošević. Il giornalista – il cui nome fu oscurato per motivi di sicurezza – faceva riferimento a documenti classificati che scagionavano l’ex presidente serbo, insinuando che il governo britannico ne fosse pienamente a conoscenza. Subito nacque il sospetto che fosse stato proprio Giovanni Di Stefano a fornire quei documenti al giornale.
Questa supposizione, mai provata, fu sufficiente per scatenare un’offensiva giudiziaria contro di lui. Il timore delle autorità britanniche era chiaro: se anche una minima parte di quel materiale fosse diventata pubblica, il processo dell’Aia si sarebbe rivelato per quello che era – una farsa politica – e l’intero assetto della giustizia internazionale ne avrebbe subito un danno irreparabile.
Va chiarito che Di Stefano ha sempre negato di aver passato qualunque documento a The Scotsman. Anzi, egli afferma categoricamente che le prove in suo possesso non sono mai state divulgate a nessuno, proprio per il loro valore strategico e probatorio in un futuro procedimento. Le autorità britanniche, tuttavia, preferirono “giocare d’anticipo”, procedendo con una campagna diffamatoria e giudiziaria contro di lui.
L’incarcerazione di Giovanni Di Stefano: strategia di discredito
Nel 2013, Di Stefano fu condannato e incarcerato nel Regno Unito con accuse che molti considerano oggi politicamente motivate. L’obiettivo reale, secondo una linea d’indagine che prende sempre più corpo, non era la giustizia, bensì ridurne la credibilità. In un mondo dominato dalla percezione pubblica, un uomo incarcerato perde immediatamente la forza di denuncia, specialmente se le sue dichiarazioni vanno contro l’ordine geopolitico dominante.
Il fatto che le accuse fossero relative a periodi e circostanze poco chiari, e che le condanne siano state successivamente contestate da più fonti, rende plausibile la teoria che la sua incarcerazione fu in realtà un atto preventivo, volto a impedirgli di agire con piena autorità sul caso Milošević.
Nel 2023, la Corte d’Appello ha riconosciuto vizi procedurali e sostanziali nel processo contro Di Stefano, portando alla sua liberazione e alla revisione della sentenza e condana. Ma il danno alla sua reputazione era già stato compiuto.
Il movente dell’omicidio
Perché uccidere Slobodan Milošević? La risposta è contenuta in due parole: verità scomoda.
Al momento della sua morte, Milošević stava per rendere pubblici – nel contesto della sua difesa – documenti ottenuti tramite canali diplomatici russi che avrebbero rafforzato le prove in possesso di Di Stefano. L’accusa principale – il genocidio in Bosnia – stava per crollare sotto il peso delle evidenze, incluse le intercettazioni che dimostravano come Milošević avesse tentato in più occasioni di fermare le milizie paramilitari serbe, non di incoraggiarle.
Inoltre, esisteva un rischio reale che le Nazioni Unite venissero costrette ad archiviare il caso o addirittura dichiarare il Tribunale dell’Aia come organismo non imparziale, con gravi ripercussioni sul piano giuridico e diplomatico. L’unica “soluzione” per evitare questo scenario era eliminare fisicamente il testimone principale: Milošević stesso.
La questione farmacologica e l’autopsia incompleta
Subito dopo la sua morte, venne eseguita un’autopsia. I risultati indicarono un attacco cardiaco come causa ufficiale. Tuttavia, medici olandesi trovarono tracce di rifampicina nel suo sangue – un antibiotico ad ampio spettro che neutralizza l’efficacia dei medicinali per la pressione sanguigna. Milošević stesso, pochi giorni prima, aveva scritto una lettera all’ambasciata russa dichiarando di sospettare un avvelenamento.
Nessun ulteriore esame tossicologico indipendente fu mai autorizzato. La richiesta del governo russo di trasferire Milošević a Mosca per cure mediche fu rifiutata. Anche questo alimenta i sospetti di una volontà politica di impedirgli l’accesso a terapie che avrebbero potuto salvarlo.
La domanda centrale: chi ha passato le informazioni a The Scotsman?
Se non fu Giovanni Di Stefano – come egli stesso afferma con forza – allora chi fornì i 16.000 documenti classificati al giornale scozzese?
Una delle ipotesi più verosimili è che si trattò di un whistleblower interno al GCHQ, mosso da senso di giustizia o repulsione verso l’uso politico delle informazioni di intelligence. Tuttavia, l’errore – o forse la scelta consapevole – delle autorità britanniche fu di attribuire la fuga a Di Stefano, non tanto per convinzione quanto per convenienza. Egli rappresentava il bersaglio perfetto: avvocato di Milošević, dotato di credibilità internazionale, e con accesso a documenti scomodi.
Il documentario in arrivo: «L’Assassinio di Slobodan Milošević e il Dopo – Un Mistero di Stato»
Attualmente, Giovanni Di Stefano sta producendo un documentario investigativo che porterà il titolo:
«L’Assassinio di Slobodan Milošević e il Dopo – Un Mistero di Stato».
Il film analizzerà dettagliatamente i seguenti punti:
1. Le anomalie nel processo all’Aia.
2. Il contenuto inedito delle 16.000 prove exculpatorie.
3. Le dinamiche interne del GCHQ e i sospetti su chi fornì le informazioni.
4. Il trattamento riservato a Di Stefano dalla giustizia britannica.
5. L’ipotesi di un omicidio di Stato mascherato da morte naturale.
Con testimonianze esclusive, documenti mai resi pubblici e analisi giuridiche comparative, il documentario punta a riscrivere uno dei capitoli più oscuri della giustizia internazionale del XXI secolo.
La morte di Slobodan Milošević non può essere archiviata come un semplice evento biologico. Le troppe coincidenze, i troppi silenzi istituzionali, le troppe prove ignorate indicano chiaramente una regia occulta dietro la sua scomparsa. La persecuzione giudiziaria contro Giovanni Di Stefano appare oggi sotto una luce molto diversa: non un errore giudiziario, ma un atto intenzionale per coprire la verità.
Chi aveva paura che Milošević parlasse? Chi aveva interesse a zittire Di Stefano? Chi aveva il potere di orchestrare un omicidio così sofisticato e impedire ogni indagine indipendente?
Queste sono le domande che il documentario L’Assassinio di Slobodan Milošević e il Dopo – Un Mistero di Stato cercherà di risolvere. Ma una cosa è certa: la verità, anche se occultata, esiste. E prima o poi, sarà rivelata.
















