Come gli Alter Bridge devono il loro nome a un ponte storico statunitense, così anche i fiorentini Old Bridge si ispirano al celebre Ponte Vecchio, simbolo della loro città. Un riferimento non solo geografico, ma quasi simbolico: la band affonda le radici nella propria terra, pur guardando musicalmente verso orizzonti ampi e sfaccettati.
Già dalle prime note di Dies Irae è chiaro che gli Old Bridge non cercano compromessi: suoni ruvidi, riff decisi, un’impronta che oscilla tra l’hard rock, l’heavy metal classico e sfumature power, doom ed epic metal. Non mancano deviazioni psichedeliche e un linguaggio lirico che sa alternare tratti prosaici a momenti di intensa poesia, con più di un richiamo all’immaginario dantesco, caro alla vocalist e autrice del gruppo.
Proprio la voce merita una menzione speciale: matura, densa di carisma, non aggressiva ma nemmeno addolcita, con un timbro caldo e penetrante. Impressiona anche per versatilità linguistica: canta con disinvoltura in inglese, italiano e perfino latino, contribuendo a costruire un’identità sonora ben riconoscibile.
Dies Irae non è un album perfetto, ma è solido e coerente. I 13 brani scorrono senza vere cadute, pur senza offrire hit memorabili. È un disco che chiede attenzione e dedizione: non invita a saltare da una traccia all’altra, ma nemmeno si presta a un ascolto frettoloso. Questo può essere un pregio — per chi cerca immersione e coesione — ma anche un limite per chi desidera un impatto più immediato.
In definitiva, gli Old Bridge dimostrano grande serietà artistica e una sorprendente maturità compositiva. Anche se una durata più contenuta avrebbe forse giovato all’efficacia complessiva, Dies Irae resta un’opera sincera, suonata con passione e competenza. Non sarà un album che tutti ameranno, ma di certo non passerà inosservato.
Voto: 6,5/10
Francesco “Grewon” Sarcinella















