Arrivano dal Brasile i Landfall, gruppo che appartiene alla sempre più estesa e qualificata pattuglia di band che fanno capo alla Frontiers. La musica proposta è un hard rock melodico, che presenta in diversi casi spunti molto interessanti, direi tendenzialmente prog, specialmente nella parte finale dei brani. C’è l’impressione, infatti, che in coda alle esecuzioni si dia spazio alla creatività.
Per il resto, i binari sono quelli abbastanza consueti e molto americaneggianti, dell’hard melodico e cromato. Del Brasile, secondo i classici stilemi, c’è davvero poco. I quattro provengono da Curitiba, e sono il cantante Gui Oliver (ex-Auras), il chitarrista Marcelo Gelbcke, il bassista Luis Rocha e il batterista Felipe Souzza.
Il video che ha fatto da apripista è il primo pezzo di “Wide Open Sky”, ovvero “Tree of life”, molto intenso. Emerge subito un aspetto peculiare dell’opera, l’ottima produzione e un suono molto moderno e graffiante, seppur con una componente melodica spiccata. “S.O.S” sviluppa un notevole groove e anche le tastiere, non accreditate, sono certamente un contributo determinante a una ottima orchestrazione dei brani, come in questo caso.
Mi piace molto il suono del basso e come spesso interviene nella punteggiatura musicale, che prevede anche assoli non particolarmente lunghi o complicati, ma che si adattano bene ai vari passaggi. L’elettronica contamina piacevolmente “When the curtain falls”, molto ritmata, come anche “Intoxicated”, che ha uno dei cori più efficaci dell’opera e una divagazione sul finale vicina al prog metal.
Per essere veramente top, a mio avviso, i Landfall devono lavorare di più su linee vocali, ritornelli e cori, che risultano un passo indietro alla parte prettamente musicale, che offre spunti di interesse a getto continuo.
“Running in circles” ripercorre il solco dei brani precedenti, con un ottimo break centrale, mentre è molto bella la linea chitarristica intrisa di melodia di “No tomorrow”. Arriva anche la ballata, “A letter to you”, che propone un finale molto intenso e affascinante, per uno dei migliori brani di questo genere ascoltati negli ultimi tempi.
La velocità di esecuzione cresce in “Coming Home”, la voce si fa più acuta, ma la resa finale è molto buona, dal punto di vista musicale è un brano poliedrico, di sicura efficacia live. Ci sono spunti prog molto più spiccati in “Hourglass”, con soluzioni musicali complesse e articolate, che richiamano, sia pure alla lontana, con certe produzioni di Rush. Lo stesso, più o meno, è rappresentato da “Higher than the moon”, mentre la title-track finale “Wide open sky” riassume un po’ tutte queste caratteristiche per dare vita a un brano decisamente valido.
Un disco incoraggiante, ma ci vorranno progressi specialmente nelle linee vocali per continuare a restare a galla in questa dura competizione.
Voto: 7/10
Massimiliano Paluzzi















