Dopo quattro anni di silenzio, i Labyrinth tornano sulla scena con il loro nuovo album “In the Vanishing Echoes of Goodbye”, un lavoro che si candida a essere tra i migliori dell’anno. La band riesce a superare sé stessa, proponendo un disco innovativo che combina potenza, cattiveria e melodia e che conferma il loro spiccato talento.
L’album si apre con “Welcome Twilight”, un brano che parte con atmosfere cupe, grazie al tappeto sonoro creato dalle tastiere di Oleg Smirnoff e dalle chitarre del duo Cantarelli-Thorsen. La canzone si sviluppa con una matrice power-thrash, arricchita dalla straordinaria interpretazione vocale di Roberto Tiranti, che si conferma fuoriclasse assoluto. Rispetto ai brani classici dei Labyrinth, questo pezzo presenta un ritornello innovativo, con una struttura mai adottata prima. Il coro epico -a tratti “gregoriano”-, cantato in latino (“Si Vis Pacem Para Bellum…”), richiama soluzioni adottate da band come Rhapsody of Fire o Powerwolf, aggiungendo un elemento di pura novità per un disco targato Labyrinth. La combinazione tra potenza e originalità lo rende uno dei pezzi migliori dell’album.
Si prosegue con “Accept the Changes”, che parte con una melodia oscura e “sinistra” prima di lanciarsi in un vortice di cambi di tempo tra power e progressive metal. La batteria di Mattia Peruzzi viaggia a velocità folli, creando una base perfetta per il ritornello, che mette in evidenza tutta l’espressività della voce di Roberto Tiranti, artefice (ancora una volta) di un’interpretazione ma-gi-stra-le. Particolarmente efficace la sezione che precede il ritornello, dove il brano rallenta con i classici arpeggi acustici che mettono in risalto la grande versatilità della band, per poi esplodere in un crescendo emozionante. Lavoro mostruoso di tutta la sezione ritmica (Nicola Mazzucconi su tutti), che martella all’inverosimile, per un brano che si attesta tra i migliori del disco. Il finale, con un acuto incredibile di Tiranti, è da brividi.
Dopo due brani dall’impatto devastante, il disco placa (parzialmente) la sua furia con “Out of Place”, un pezzo più introspettivo, che parte con sonorità acustiche che ricordano “The Night of Dreams”, ma ben presto si trasforma in una power-song, con la doppia cassa a farla da padrona insieme a un assolo di chitarra spettacolare che è pura magia. La costruzione del pezzo è interessante, con continui cambi di velocità che mantengono alta l’attenzione dell’ascoltatore. Una traccia che possiamo considerare la degna erede della già citata “The Night of Dreams”.
Si torna a premere sull’acceleratore con “At the Rainbow’s End”, un brano power che si distingue per il gran lavoro delle tastiere, che danno ariosità e quel tocco progressive verso metà e fine canzone. Il ritornello è più canonico rispetto ai brani precedenti dell’album, risultando leggermente più prevedibile, ma al tempo stesso efficace, grazie anche alla straordinaria interpretazione di Tiranti, che riesce a dare valore aggiunto in ogni strofa che canta.
“The Right side of this World” è un pezzo anthemico, con la melodia principale (strepitosa) che richiama sonorità care a band quali Helloween e Stratovarius. Il ritornello, così coinvolgente, ha la capacità di stamparsi in testa sin dal primo ascolto, rendendolo uno dei pezzi più immediati e riusciti dell’album.
“The Healing” si apre con arpeggi di chitarra acustica, sulla falsariga di “Out of Place”, ma presenta una maggiore intensità e profondità emotiva. Il brano si colloca a metà tra la power-ballad e il mid-tempo ed è caratterizzato dal pregevole solo di chitarra che porta il marchio inconfondibile di Olaf Thorsen, con il suo caratteristico vibrato che aggiunge pathos al pezzo.
Uno dei momenti più inaspettati del disco arriva con “Heading for Nowhere”, la traccia più aggressiva e “cattiva” (musicalmente parlando) del disco, con una sezione ritmica martellante che ricorda band come i Nevermore e, a tratti, persino gli Slayer. Il ritornello, come da tradizione, è molto melodico e va a creare un contrasto interessante, inserendosi perfettamente in questa struttura ritmica più “dura”. Il brano sorprende per questo sound “thrash” e lascia l’ascoltatore con l’effetto “WOW!”. Da segnalare anche il solo neo-classico delle tastiere di Oleg Smirnoff, che si intreccia alla perfezione con la “sfuriata” chitarristica del duo Thorsen-Cantarelli.
“Mass Distraction” rappresenta una sorta di title track, poiché nel refrain viene citato parte del titolo dell’album “Vanishing… as the echo of a goodbye…”. Si tratta di un mid-tempo solido e ben costruito, con un ritornello davvero accattivante, che lo colloca tra i pezzi di punta del disco.
Uno dei momenti più emozionanti del disco è “To the Son i Never Had”, una ballad intensa e struggente. Il brano, una sorta di lettera a un figlio mai nato, ricorda musicalmente “A Reason to Survive”, ma riesce a superarlo grazie a una struttura più dinamica e meno prevedibile, soprattutto nel finale, dove cambia direzione e si distacca dai classici schemi delle ballad tradizionali, diventando un pezzo di più ampio respiro.
Il disco si chiude con “Inhuman Race”, un pezzo che nei primi due minuti e mezzo sembra quasi strumentale, con una lunga introduzione acustica seguita da riff massicci che si alternano tra parti melodiche e parti più aggressive, dal sapore “thrash-metal”. Solo dopo questa lunga intro entra in scena Tiranti, che porta il brano verso un up-tempo ispirato, con un ritornello semplice e diretto ma di grande impatto. Particolarmente interessante il tocco jazzato della chitarra che precede l’assolo. La sezione ritmica è devastante, con Mattia Peruzzi che martella sulla batteria con una precisione chirurgica. Anche qui il “main-theme” musicale è strepitosamente efficace, di una bellezza unica, e chiude il disco alla grande.
In questo album si nota una maggiore presenza delle tastiere di Oleg Smirnoff, che non rimangono più relegate in secondo piano, ma giocano un ruolo fondamentale nella costruzione dei brani, un po’ come accade negli Eldritch, altra band in cui milita lo stesso Smirnoff.
Con “In the Vanishing…” i Labyrinth riescono a superare qualitativamente i già ottimi “Architecture of a God” e “Welcome To The Absurd Circus”, realizzando il loro miglior album dai tempi di “Return to Heaven Denied Pt. 2”.
Resta solo una domanda: sarà questo il loro ultimo album? Il titolo e l’artwork curato da Augusto Silva, che raffigura un labirinto in dissolvimento, lasciano qualche dubbio sul futuro della band, ma forse è solo un modo per giocare con le aspettative dei fans e creare un po’ di suspense.
Forse un semplice gioco, forse un indizio… chi può dirlo? Ho posto questa domanda ad un membro della band che non ha risposto nel merito della questione.
Ciò che è certo è che, dopo l’ottimo disco dei Vision Divine, uscito lo scorso settembre, Olaf Thorsen si è superato, co-firmando un lavoro che sfiora la perfezione artistica e musicale.
L’album è curato nei minimi dettagli, con una produzione eccellente curata da Simone Mularoni e dalla band stessa, con mix e master ad opera dell’onnipresente Mularoni.
Voto: 9/10
Stefano Gazzola















