Emmett Brown: “Se i miei calcoli sono esatti, quando questo aggeggio toccherà le 88 miglia orarie ne vedremo delle belle, Marty…”
Questo era più o meno quello che sui grandi schermi di mezzo mondo nel lontano 1985 uno scienziato geniale diceva al suo giovane amico prima di partire per un punto nel tempo non precisato…(più o meno a grandi linee).
Ed è quello che deve essere capitato quest’anno in Danimarca…sì perché solo così mi spiego un album come Face The Madness dei Killing, edito per la Mighty Music Records.
I 4 ragazzi danesi arrivano in questo 2021 con un bagaglio letteralmente trafugato dal 1986…su una macchina del tempo sono andati in quegli anni d’oro e hanno preso caterve di appunti, poi sono risaliti sull’astronave (non prima di aver fatto spesa nei negozi di abbigliamento dell’epoca) e sono tornati ai giorni nostri. Si sono rinchiusi nei Dead Rat Studio e hanno scritto e prodotto con il supporto di Jacob Bredahl un album che è un sano, puro e vigoroso tributo a quella scuola capitanata da band come Slayer, Exodus, Kreator, e Metallica (i primissimi, dei tempi del capolavoro Kill’em All).
La band danese con una grande disinvoltura riesce a “clonare” praticamente tutto di quelle band, tranne ovviamente la verve compositiva che portò quei gruppi ai livelli mondiali della musica metal di allora.
L’approccio dei Killing in questa opera di ingegneria fanta-musical molecolare, crea un suono di chitarra praticamente uguale a quello degli Exodus d’annata (invecchiato come i Rhum circa 35 anni), una voce vitrea potente come Tom Araya insegna, le batterie sono “quadrate” e dritte come il manuale del trash in 48 ore (non quello di Nick Nolte e Eddie Murphy purtroppo) insegna.
La componente dei riffing è praticamente quella sulla quale band come Testament e i primi Megadeth hanno forgiato i loro capolavori e per i quali sono diventati ricchissimi.
La produzione è un mix di gusto retrò per quanto riguarda i suoni…praticamente sono li stessi di quelli prodotti tra San Francisco e Los Angeles nei due lustri degli anno ‘80, solo che grazie alle moderne tecnologie qui non abbiamo il classico “fruscio” del vinile o della musicassetta (chi ha ascoltato musica su supporti magnetici e non digitali capirà bene cosa intendo). Ma le compressioni, i reverberi, i delay sulle chitarre e voci, le EQ sui tom, casse e soprattutto sul rullante sono esattamente quelli di Bonded by Blood o del New Order. Tutto molto più patinato e cristallino come nel 2021 è giusto che sia.
Quello che mi pare invece alquanto difficile da capire è la necessità nel 2021 di proporre, non dico un discorso musicale chiaramente anacronistico, non tanto una ricerca che sa di revival di un tempo ormai andato…ma l’ostinazione con la quale le band non si sfossilizzano da questi clichè, la netta visione chiusa e ottusa di volere creare musica per i nostalgici del genere. Chiaramente questo album per gli aficionados (uso con cognizione di causa la parola spagnola in quanto in America del Sud va ancora fortissimo questo genere), gli amanti del genere diranno “bello” e “questa band spacca”…ma in realtà un’analisi lucida e scevra da fanatismi ci consegna un album in linea con le produzioni della media del genere e ormai privo di quella spinta creativa che le stesse grandi band non avevamo più a metà del decennio successivo (gli anni ‘90), figuriamoci ora una band “normale” nel 2021…
Marty McFly: Ok ragazzi, questo è un blues con riff in Si, perciò occhio agli accordi e statemi dietro, okay?
Voto: 6,5/10
John Sanchez















