Gli Infection Code ritrovano un nuovo slancio, o se vogliamo una seconda giovinezza, grazie anche alla nuova etichetta la Time to kill con cui rilasciano il loro nono album.
Il fatto che abbiano avuto una periodicità riconducibile alle terne mi aiuta e allo stesso tempo fa sottintendere una dinamica ricorsiva singolare: Primi tre lavori death-thrash, secondi terzi più vicino all’industrial e ora un ritorno alle origini con i due precedenti lavori e questo “Sulphur” che suona death-thrash ma con un occhio alla modernità.
Come spesso accade in moltissime band, ci sono stati dei cambi di formazione che hanno portato a delle scelte più o meno semplici e più o meno scomode, ma resta il fatto che la band ha presentato nove tracce molto interessanti.
I cambi di registro tra in chitarristi e anche tra i compositori ha portato talvolta ad avere delle risultanze sullo spartito non sempre semplici da comprendere e da amalgamare nella prosecuzione della band, a volte è un bene a volte è un male… Comunque entriamo nel vivo dei brani.
Strutture sonore che prendono a piene mani dal Death e dal thrash, ma che in qualche modo vengono gestite in modo autonomi e che portano ad avere un buonissimo prodotto.
Batteria minimale ma funzionale a quelle che sono le linee di voce e chitarra; doppietta di chitarre, nel senso che abbiamo due facce differenti delle chitarre, da un lato granitiche e massicce in fase di riffing nudo e crudo, a cui si affianca una cura particolare per quelle che sono le parti di solo(o simil tale) sia per esecuzione che per sonorità.
Basso che fa sentire la sua presenza in modo massiccio e la voce, ultima ma non ultima, che taglia la “tela” delle composizioni in modo magistrale.
Interessante le scelte del banco mixer che permettono di poter avere un risultato sonoro di qualità. Partendo dal fatto che tutti gli strumenti si sentono in modo chiaro e ben distinto, e non è scontato specie nel metal estremo, la post produzione poi da la spinta finale a tutti i brani.
Personalmente mi ha colpito “The colour out of space”, “Deleted error”, “Protoplasm hope” e “Lurking creepy love” che inizia come una ballad ma poi devia in altri lidi e aggiunge un pizzico di industrial con alcuni loop particolari; la canzone se vogliamo destabilizza tutto e chiude l’album in modo ottimo. Menzione per la cover di “Blinded by fear” degli At The Gates, che visto cosa hanno con gli otto brani inediti era quasi “telefonata” come cover.
Ottima prova per gli Infection Code, che dimostrano di voler perseverare in una direzione non sempre semplice e non facile, specie in questo momento storico per la musica metal in generale, ma con una punta in più di difficoltà per quella italiana. Consiglio l’ascolto.
Aggiungo che a fine gennaio la band ha fatto sapere che sono pronti per uscire con un nuovo lavoro a breve.
Voto: 7.5/10
Alessandro Schümperlin















