In ambito metal, ho sempre avuto le mie preferenze verso determinati generi sebbene sia aperto a ogni derivazione e contaminazione, finendo per seguire solo determinate band e approfondendo molto poco di parecchie altre. Questo mi ha portato a immagazzinare conoscenze profonde verso poche formazioni e a ignorare moltissimi nomi che meriterebbero più attenzione. Un esempio fra i tanti a rappresentare perfettamente questo concetto sono gli americani Khemmis. Il nome della band è la trasposizione del nome antico della città egiziana che oggi si chiama Akhmim (sono sincere, preferisco di gran lunga il nome moderno, è molto più figo) e il gruppo si è formato nel 2012 nello stato del Colorado, mentre il loro album d’esordio è stato pubblicato nel 2015. Tutte queste informazioni le ho estrapolate dal presskit ricevuto per la recensione del nuovo album e dall’Encyclopedia Metallum, dato che non avevo mai sentito nominare la band prima di una settimana fa. E che peccato! Senza mezzi termini posso davvero considerarli come una delle realtà musicali più interessanti dell’ultimo decennio.. ma andiamo con ordine. Prima di tutto il genere musicale: le basi sono quelle del doom metal, quello nato dai Black Sabbath e calcificato coi Candlemass, ma le influenze sono molteplici. A inizio carriera, i Khemmis proponevano un interessantissimo stoner doom metal per poi virare verso sonorità più melodiche e affini all’heavy e all’epic (si, ho voluto riascoltare anche i precedenti album per avere una visione chiara del loro sound). Nell’ultimo periodo, invece, hanno sì consolidato le loro radici ma prendendo destinazioni più eteree, atmosferiche, psichedeliche e sperimentali.
Il nuovo album, in uscita proprio nella giornata di oggi (12 Giugno 2026) tramite l’etichetta Nuclear Blast, si chiama semplicemente “Khemmis” e si propone dunque di mostrare la band per quello che è, nella sua essenza. Si apre in maniera alquanto insolita (per il doom metal perlomeno), in quanto parte con un’accelerata prettamente gothic/death, che mi ha ricordato i primi My Dying Bride o i Tristania incattiviti di World Of Glass. Dopo poco, tuttavia, il ritmo si rilassa e si mostra l’autentico biglietto da visita della band, che viene poi mantenuto per tutta la durata dell’album: un doom metal appassionato e ricco di sfaccettature, che partendo dalla sua matrice heavy metal tocca l’onirico, l’epica, l’introspezione e l’acustica del progressive rock anni ’70. Complessivamente, mi hanno ricordato molto un’altra band americana che ho amato alla follìa negli anni passati e che si è sciolta giusto un anno prima rispetto alla pubblicazione del debutto dei Khemmis: i While Heaven Wept. Non scherzo nell’affermare che i Khemmis sembrano in tutto e per tutto gli eredi dei While Heaven Wept, ne riprendono sonorità, incedere, attitudini. Il nuovo album è solido, passionale, ben studiato ma mai artificioso. Maturo e fresco allo stesso tempo, ha davvero le carte in regola per essere considerato una pietra miliare del doom metal moderno o perlomeno uno dei dischi più belli del 2026.
Voto: 8,5/10
Francesco “Grewon” Sarcinella
















