Gli Evergrey sono dai primi anni 90 una delle realtà musicali, in ambito metal, più interessanti e complicate, indipendentemente dai gusti personali: sono davvero difficili da incasellare non solo in un genere musicale, ma persino in un filone più generico. Encyclopedia Metallum li definisce “progressive power metal” e lo capisco, per esigenze di visualizzazione se ne doveva pur scegliere uno, tuttavia non si tratta di una definizione calzante. Sì, abbiamo i tempi dispari e alcune accelerate a doppia grancassa, ma possiamo vederli bene anche in un contesto gothic, doom, così come non mi stupirei di certo se qualcuno osasse definirli “alternative metal”: ci sono anche quegli elementi nel sound unico degli Evergrey. Atmosferici, ruvidi, malinconici e appassionati, ogni loro disco riesce sempre a trovare qualcosa per distinguerlo dagli altri, per rendersi memorabile, per farsi amare dai fans e non.
C’è sempre, in ciò che fanno, una sorta di luce crepuscolare, un chiaroscuro emotivo che li rende immediatamente riconoscibili.
E di certo non arresta questo processo il nuovo “Architects Of A New Weave”, pubblicato poco più di una settimana fa tramite Napalm Records: come un fan ha giustamente precisato sul loro profilo Bandcamp, gli Evergrey “invecchiano come il vino buono”. Quindicesimo album di una carriera pluritrentennale senza alcun passo falso, è una autentica bomba di emozioni, di riff di classe a graffiare un songwriting di altissimo livello che non presenta momenti morti. Proprio il sound così variegato degli Svedesi rende l’esperienza sonora unica e contemplativa, da affrontare con dedizione e concentrazione.
Attenzione: questo viene spesso detto dei gruppi ostici, difficili da assimilare e capire, ma non è questo il caso. L’accostamento all’alternative metal, ad esempio, non era casuale: possono tranquillamente essere piacevoli da ascoltare anche distrattamente, mentre si guida o si sbrigano altre faccende, tuttavia il fulcro dell’espressione musicale può essere davvero colto solo in un dialogo interiore faccia a faccia fra l’ascoltatore e il disco nel lettore, dall’inizio alla fine, senza interruzioni.
È un ascolto che ti accompagna se lo lasci scorrere, ma che ti trattiene se decidi di restare.
Sono molti generi assieme proprio come accade coi gruppi avantgarde ma, a differenza dell’avantgarde, non si riesce a isolare un genere specifico: unico collante delle composizioni degli Evergrey è una certa malinconia di fondo che non è mai depressione o scoramento ma solo un’inquietudine di fondo, di quella che rende prudenti e fa sentire nostalgici ma anche sereni e gioiosi quando, nella vita, si trova conferma delle proprie speranze e smentita delle proprie paure.
Una malinconia che non pesa, ma che vibra come un’eco lontana, sempre presente ma mai invadente.
Il miglior album del 2026? Ancora presto per poterlo dire. Certamente un importante tassello nella lunga discografia della band svedese e un acquisto consigliato ad ogni tipo di ascoltatore.
Voto: 8,5/10
Francesco “Grewon” Sarcinella
















