Gli Indigo Raven sono band francese con un certo appeal verso sonorità dark di alto livello. Pur non potendo dire che fanno un genere a se stante e che sono fautori della “Indigo Raven music” come genere possiamo dire che le affinità a band quali Dead Can Dance miscelato a del doom ed alcuni arrangiamenti più ruvidi rispetto ai DcD.
Strutture pressoché ipnotiche, quasi sciamaniche, delle ritmiche si accompagnano ad un cantato particolarmente soave ma tutt’altro che rasserenanti; a tratti sembra quasi sia un rituale antico portato in musica e predisposto su sette capitoli. La particolarità di questo duo, anche se sarebbe corretto trio dato che al basso c’è Jean Green che insiene a Julie Docteur e Benoît Sangoï sono l’essenza dergli Indigo Raven, è che seppur si approcciano al doom del tipo melodico e più “morbido”. Se si possa in qualche modo definire il doom morbido, le sonorità, gli arrangiamenti ed i riff hanno delle dinamiche che vanno oltre i singoli stilemi di genere.
Aggiungiamoci che le tracce non sono particolarmente lunghe e riescono a dare il meglio di se entro i sei minuti medi di durata. Dimostrazione che si può fare tutto senza grosse problematiche in ogni frangente e senza risultare “troppo prolissi” o peggio, ma non solo nel doom, “troppo brevi”.
Va fatta una piccola aggiunta leggendo alcuni testi, perché la band non solo prende a piene mani nei concetti tanto cari al doom, quindi alla diseprazione, all’isolamento, alla solitudine mentale e/o fisica, ma anche a dei concetti quasi di folk apocalittico; specie in questa ultima parte di concetto la band decide di addentrarsi sia per il destino del pianeta determinata dalla ciecità del genere umano, sia per un raffronto tra ciò che fa il mondo animale rispetto al genere umano.
Va detto che la band pur proponendo sette brani, di fatto ne presenta sei propri ed il settimo è una cover. La cover è “Into dust” dei Mazzy star; per chi non li conoscesse sono una band alternative rock con forte impronta psichedelica, che ha avuto due nascite una a fine anni ottanta e conclusasi negli anni novanta ed una nel 2011 quando si sono riformati ed attualmente ancora in “vita”. Aggiungiamoci che la loro versione di “Into dust” oltre a risultare oltremodo omogenea ha una sua coerenza all’interno di questo platter.
Devo ammettere che questo lavoro risulta sublime sotto, praticamente, ogni aspetto: ottime le liriche, stupenda la post produzione, ottime le registrazioni e bravi gli artisti che hanno fatto parte di questo capolavoro d’esordio. Brani quali “Our sacred soil”, “Small-hearted blind” e “Nightshade winds” sono perle particolari che con gli altri tre brani inediti e la cover fanno da completamento di questo percorso particolare della band.
A conclusione di questa mia, questo è un esordio coi fiocchi e potrei dire che sono una delle band sorpresa dello scorcio appena passato del 2021. Ci fossero più band così credo che la musica sarebbe presa più sul serio e non come un “prodotto usa e getta”.
Voto: 9/10
Alessandro Schümperlin















