Gli Hu definiscono come musicisti della “musica Unna”, ovvero un folk rock con sonorità particolari. Mischiano le formule compositive dell’hard rock armonizzandole con le strumentazioni tradizionali della steppa e della mongolia.
Quali sono gli strumenti che usano? Morin Khuur (una specie di violino tradizionale della Mongolia), Tovshuur (stessa formula tradizionale per l’equivalente nostrano della chitarra) e Tumur Khuur (una variante dello scacciapensieri). In tutto questo ci si aggiunge anche il throat singing, questa forma di canto particolarmente gutturale e ricolmo sia di frequenze basse che di vibrazioni assolutamente inconsuete.
Gli Hu si propongono a noi dopo una “campagna di hype” non da poco fatta con un paio di loro tracce che hanno rilasciato come singoli. “Wolf totem” e “Yuve Yuve Yu” i singoli di cui vi ho appena fatto accenno nel 2018, quindi “The great chinggis khaan” e “Shoog shoog” i singoli usciti lo scorso anno appena prima di far uscire questo “Gereg”.
Le strutture delle canzoni sono particolari pur essendo accattivanti e con formule riconducibili a stilemi a noi facilmente assimilabili. Per i puristi non è strettamente metal, ma sinceramente l’oltranzismo e l’ortodossia ha fatto danni anche nella musica e il non apprezzare queste forme di “infezioni” e di “intromissioni” di genere e di strumenti non farà altro che restringere sempre più le opportunità di andare oltre certi meccanismi.
Se escludiamo le tracce che vi ho già indicato poco sopra potrei aggiungere anche la opener “The Gereg” e “Shireg Shireg” come tracce molto evocative. Vi invito comunque a far vostro questo lavoro e a scegliere le tracce che vi possono colpire di più.
Concludo con il fatto che questo Album degli Hu è una ventata d’aria che porta oltre il concetto di folk metal e folk rock, facendoci conoscere una realtà che abbiamo per troppo tempo, forse, sottovalutato o ignorato. Per le scelte di “campo” credo che i The Hu abbiano dato la nuova misura sul fare folk
Voto: 7/10
Alessandro Schümperlin















