Il nome “Philippe Giordana” non è conosciuto da molti, ma ha avuto certamente un posto speciale fra gli appassionati del genere. Si trattava (già, purtroppo ci ha lasciati nel 2022) di una sorta di trasposizione francese di Arjen Lucassen o Tobias Sammet: un musicista completo e intraprendente con la voglia di creare concept album basati su storie di fantasia, coinvolgendo numerosi artisti del panorama metal (e non). Il progetto Fairyland ha sempre basato la narrazione sulla terra di Osyrhia, un luogo di epici duelli, intrighi di corte e il sempiterno conflitto tra il bene e il male, dove alla fine trionfa ovviamente il bene.
I Fairyland, però, a differenza dei concept di Lucassen o Sammet (Avantasia), non prevedevano una quantità spropositata di ospiti, e nel corso degli album si è infine consolidata una formazione più piccola e stabile. Sono dunque proprio i compagni di squadra di Philippe ad aver deciso di continuare l’opera e di offrire il loro tributo al loro amico e collega, proseguendo nel progetto a cui lui aveva dedicato cuore e anima.
Ma il risultato? Si sente l’assenza del mastermind della band? Diciamo di sì, si sente, ma non è una cosa negativa. Chi ha ascoltato i precedenti lavori tende solitamente a preferire i primi due, per la loro genuinità e spontaneità; io, però, preferisco il loro terzo album Score To A New Beginning, con la sua freschezza, il suo vigore e la sua energia: lo ascolto saltuariamente ancora oggi quando ho bisogno di carica positiva. Anche il quarto album, Osyrhianta, se vogliamo, continua l’opera in questa direzione. L’album di imminente uscita, invece, The Story Remains, sembra essere appunto un “best of” di quanto fatto in precedenza: un lavoro che continua eccellentemente l’opera dei predecessori, ma senza innovare troppo, senza mostrare il coraggio che i precedenti album offrivano ad ogni capitolo.
Sia chiaro, si tratta comunque di un bell’album, in grado di suscitare emozioni a tutti gli amanti del power metal sinfonico: ci sono le fughe orchestrali, i passaggi progressivi che sfociano nelle parti folk, le melodie ricorrenti e arrangiate in modo differente (a sottolineare i vari passaggi della storia), i cori epici e le parti più lente, romantiche o riflessive. I musicisti fanno il loro dovere in maniera egregia e il nuovo cantante Archie Caine ricopre il ruolo senza sbavature, seppur, a livello di timbro, lo vedrei più adatto a un album progressive/djent piuttosto che al symphonic metal. Ma magari si tratta di gusto personale: come detto prima, non vi sono difetti nel cantato e anche a livello di produzione il disco si difende benissimo.
In conclusione, mi spiace davvero tanto che Philippe non sia più con noi: mi piace pensare che, se fosse ancora qui, sarebbe fiero del fatto che i suoi compagni vogliano ricordarlo con la musica e le storie che lo rappresentavano. È un grande atto di amicizia, ammirazione e rispetto e spero davvero che l’album ottenga il successo che merita.
Voto: 7,5/10
Francesco “Grewon” Sarcinella















