Lo scorso 7 marzo la Napalm Records ha dato alle stampe Prophecy, sesto lavoro in studio per gli Edge Of Paradise, band losangelina che da anni fonde il metal melodico con influenze cinematiche, figlie della loro terra d’origine: Hollywood.
Dal lontano Universe del 2019 la band ha percorso parecchia strada, e Prophecy ne è la concreta testimonianza. Il sound si muove tra metal moderno e melodico, arricchito da massicce dosi di elettronica, riff decisi, accordature ribassate e, per la prima volta nella loro discografia, l’uso di una chitarra a otto corde che dona ulteriore profondità al suono.
Protagonista indiscussa è la frontwoman Margarita Monet, cantante di origine armena, capace di catturare l’attenzione soprattutto in brani come “Hear”, dove la sua performance emerge in modo particolarmente intenso. Tuttavia, scorrendo la tracklist composta da dieci brani, mi sento di segnalare anche l’opener “Death Note”, l’incalzante “Give It To Me (Mind Assassin)” e la title track “Prophecy Unbound”, episodi che rappresentano perfettamente il DNA sonoro di questo lavoro.
Parliamo di un disco vario, che alterna momenti potenti e aggressivi ad altri più suadenti e atmosferici. A tratti appare distaccato, in altri momenti risulta decisamente coinvolgente. È melodico, ma non sempre convenzionale, soprattutto per quanto riguarda le linee vocali, che si discostano dai classici schemi del genere.
Prophecy è un album che richiede più ascolti per essere pienamente apprezzato. Non tanto perché sia complesso – anzi, i brani sono generalmente diretti e immediati – quanto piuttosto per la sua natura dinamica e multiforme, che potrebbe non convincere tutti al primo impatto.
Un lavoro assolutamente raccomandato agli amanti del symphonic metal moderno e a chi apprezza band come Within Temptation, Delain, Xandria e affini.
Voto: 7/10
Bob Preda
















