“Si comincia a distorcere i fatti per adattarli alle teorie invece che le teorie ai fatti” Sherlock Holmes
Benvenuti amici e amiche di GiornaleMetal.it su questa nuova “rubrica”: Il Cucchiaio Metallico…
Oggi parleremo di una ricetta famosa nei paesi del Nord Europa e che sta riscuotendo un grande successo tra i buongustai dell’ultima ora del Hard Rock Melodico di tutto il globo.
La Ricetta si chiama Wired, edita dalla nostrana Frontiers Records, studiata e messa a punto nelle cucine svedesi ad opera dei famosi chef della scena rock di Stoccolma: gli Eclipse. Band che durante gli ultimi 10 anni si è affermata al grande pubblico grazie alla sua miscela esplosiva anacronistica di hard rock melodico di chiara reminiscenza ottantiana.
Difficoltà: Media/Difficile
Ingredienti e Preparazione:
Voci e Cori: Abbondate in ogni frammento dei pezzi, farcite con ricchi controcori, seconde, terze e quarte voci. Il tutto deve essere cantabile dai fan in delirio durante i live. (E’ l’unico modo che hanno i nostri per coinvolgere il pubblico, essendoci una carenza di altezza artistica reale nella proposta della band). Si raccomanda uso di glissati smodati per enfatizzare i cori già da “tifoseria”.
Riffing e Chitarre: Prestare molta attenzione agli Stop&Go veloci e dinamici all’inizio praticamente di tutti i pezzi, per enfatizzare i refrain e le aperture epiche e melodiche. Non importa se i riff arpeggiati o introdotti sono di chiara ispirazione di band più grandi a livello musicale (Ten, Dare, Kingdome Come, Hardline, Giant) o riferimenti a pseudo riff celtici, riff presi in prestito ai Whitesnake, Timo Tolkki, Van Halen, Hardcore Superstar ecc. L’imperativo è abbondare…non si sa mai che qualcuno cerchi un barlume di originalità in questo Wired. Utilizzare anche sulle chitarre grandi quantità di glissati, senza quelli i fan in visibilio non salterebbero e non alzerebbero le braccia al cielo. (Manco fosse un esperimento di Giucas Casella)
Batterie: Prestare molta attenzione in fase di Mix e Master a portare i livelli ai limiti di dB prossimi allo 0, volumi quindi mostruosi della cassa e del rullante, servono a dare ossatura e forza al riffing delle chitarre e delle voci che imperanti comandano su tutto. Se i piatti, i tom, i timpani e altri componenti a percussioni sono “indietro” non importa, (potrebbero dare l’impressione che il batterista ha voce in capitolo sul songwriting dei pezzi, Erik Mårtensson decide come Caio Giulio Cesare in questa battaglia contro la varietà artistica). La formula ha funzionato quando gli svedesi alcuni anni fa suonavano il fischietto e gridavano alla folla in spagnolo Viva La Victoria? Sì. Bene questa è la via da seguire.
Tastiere e Arrangiamenti: Solo di ornamento se funzionali alle dinamiche dei pezzi e nell’uso smodato dei glissati per dare movimento ai brani che già alla fine degli anni ‘80 sarebbero risultati alquanto sorpassati.
Assoli: Usarli con attenzione nei tratti chiaramente più prevedibili delle canzoni (a cavallo del secondo ritornello, prima della reprise alzata in modulazione ascendente del refrain).
Assoli che devono il più delle volte riprendere le melodie vocali (non si sa mai che dopo che dopo averli sentiti quelle 60 volte per canzone, i fan potrebbero non ricordare bene la sequenza melodica del pezzo – mi raccomando usare sempre tonalità minori e diminuite quando si vuole il tocco “celtico”.
Procedimento:
Miscelare tutti questi ingredienti in un unico calderone, mischiare a piacimento e agire sui singoli ingredienti per avere pezzi più da “stadio” tipo: “Saturday Night (Hallelujah)” – titolo e testo davvero da Premio Pulitzer, Twilight (grazie per aver utilizzato in modo à la “Giochi Senza Frontiere” il riferimento Beethoviano), Bite The Bullet (ottimo davvero l’effetto alla Van Halen…peccato che non ci sia David Lee Roth all’attacco della strofa).
Agendo invece più sulla componente malinconica, possiamo trovare le struggenti “Carved In Stone” e “Poison Inside My Heart”. Ottime ballate per quando sale la nostalgia pensando alle corse sulle spiaggia con Apollo Creed.
I consigli in più:
L’impressione in generale che mi son fatto ascoltando più volte questo Wired è che la band di Stoccolma abbia ormai trovato la sequenza di Fibonacci per creare senza problemi album che mandino in visibilio la sua fanbase
Ma su chi davvero fa presa una proposta di questo tipo? E’ qui il nodo su cui si dovrebbe ragione in merito al successo avuto dalla band.
Forse i tempi musicali in cui viviamo ci hanno portato a sentire con meno attenzione i dischi, nell’era dello streaming non c’è più tempo per acquistare un album e sentirlo tutto nel mentre si legge il booklet e di conseguenza si ammira l’artwork (pessimo in questo caso per quanto riguarda Wired, presentando un’immagine decisamente brutta per rimarcare la loro “essenza” Live. )
In un periodo quindi di “mordi e fuggi” tante persone hanno trovato negli Eclipse una specie di reincarnazione di un modo di fare musica che risale a circa 35 anni fa…un ritorno ai tempi d’oro probabilmente. In questa ottica la band fa sicuramente ottima musica e degna d’essere apprezzata.
Ma che i nostri Eclipse ci vengano a proporre al nono album la solita formuletta presa dall’Almanacco dei risultati sportivi dal 1950 al 2000 è una cosa alquanto fastidiosa…
Un album “conferma” per tutti i fan della band che non accetteranno questa mia ricetta del giorno, un album pregevole per gli amanti del genere, un album di cui si può fare anche a meno per chi vede la musica come una ricerca sonora specchio delle contemporaneità dei giorni nostri e che non si ferma ai mille cliché che abbondano in questo patinato e perfettamente confezionato Wired.
“Nessuno è felice senza avere un’illusione, le illusioni sono necessarie alla nostra felicità quanto le cose reali” Christian Nestell Bovee
Voto: 6/10
John Sanchez
















