Il grandissimo Steve Harris, mito per tutti noi metalhead che non siamo altri in quanto “lider maximo” degli altrettanto mitici Iron Maiden, da un po’ di anni ha anche lui il suo side-project, denominato British Lion. E dopo l’omonimo esordio di 8 anni prima, ecco il secondo album “The Burning”. Nessuno se l’aspettava da chi ha dedicato una vita intera a condurre artisticamente quella che (al pari dei Judas Priest) è pur sempre la più grande British Metal band del mondo. Ma probabilmente ci sono dei momenti nella vita in cui, in maniera del tutto naturale, si può avvertire la necessità di creare qualcosa di differente dal “sentiero madre”. Gli altri due principali songwriters della Vergine di Ferro, Bruce Dickinson e Adrian Smith, da molto più tempo hanno sentito (e messo in pratica) questa necessità. Ora, tralasciando tutte le polemiche sulla presunta “operazione commerciale” che ho sentito in giro (commerciale de che… divisi o insieme, loro sono sempre gli Irons, chi li scalfisce dopo oltre 40 anni…), parliamo soltanto della musica. La formazione dei British Lion, per la verità già esistente nel 1992 seppur in una forma velocemente abortita con Harris solo in veste di produttore, ora si trova concretizzata anche discograficamente, con Harris bassista e songwriter che coopera costantemente a livello compositivo con il cantante Richard Taylor ed il chitarrista David Hawkins. Chiariamo subito che le influenze maideniane (e in genere Metal) sull’album sono limitate ai due brani “Spit Fire” e soprattutto la chitarristicamente elaborata “Bible Black”. Per il resto, le sonorità dei British Lion sono molto più vicine a certo Rock moderno, a tratti Alternative e più spesso Hard nello stile delle chitarre, ma d’ampio respiro, con una forte concessione alla melodia vocale. Forse potremmo assurgere un po’ a metro di paragone stilistico gli Alter Bridge, per far capire più o meno l’indirizzo sonoro attuale del progetto British Lion. Il risultato è compositivamente abbastanza omogeneo, discretamente riuscito. Nessuna traccia risalta più delle altre, ma la media si attesta sul più che buono. E quel che conta, piacevole all’ascolto. Grazie anche ad una produzione ben calibrata e ad una perizia tecnica dei musicisti (e del singer Taylor) di buon livello. Non sarà un album epocale questo “The Burning”, ma per Steve, come per tutti gli altri musicisti/songwriters coinvolti nel progetto, si tratta comunque di un’occasione per proporre ognitanto una decina di buoni brani in un contesto musicale attuale, senza strafare troppo a correre appresso alle mode musicali del momento. Se tra i fans degli Irons vi è qualcuno che non ha i paraocchi (anzi, i paraorecchie), provi ad ascoltare “The Burning”. Magari trovarsi ad apprezzare un album Rock di più ampio respiro, garantito dalla presenza di uno dei songwriters più mitici dell’Heavy Metal, farà senz’altro bene.
Voto: 7,5/10
Alessio Secondini Morelli















