Dopo una quindicina d’anni esce un nuovo disco di un nome importante del metal ottantiano, quel Gary John Barden, famoso principalmente per essere stato il primo vocalist di Michael Schenker. A lui si devono grandi capolavori e ottime performance con Praying Mantis, Silver e altro ancora.
Tommy Denander lo aiuta con un grande assolo nella iniziale “Masaai Enkai”, uno dei brani con più tiro del novero di “Empowered Emotions” che nelle note biografiche viene indicato come risultato di 25 anni di lavoro, più o meno continuo.
Qui siamo di fronte, sostanzialmente, a un disco di hard rock prevalentemente rivolto al passato, nel senso che le sonorità sprigionate da questo lavoro, targato Michael Voss, che produce, compone e arrangia praticamente tutto quanto, guardano all’hard rock degli anni settanta.
Proprio questo è il tallone d’achille del disco, un po’ fiacco e privo di grandi spunti in alcuni passaggi, nonostante siano molti i musicisti di livello che hanno dato il loro contributo, a partire da Michael Schenker , che suona in “Dark Water”, oppure Don Airey nella title track. La voce di Gary John Barden non è propriamente aggressiva, pur essendo molto pulita e tecnicamente superlativa, ma stenta a emozionare e si tratta di una nuova occasione perduta.
“Hit the ground running”, il singolo apripista, è un altro dei brani migliori, con il suo incalzare, ma sono troppi gli altri pezzi che sembrano messi a riempire. In questo caso, però, il brano scorre molto interessante, con Michael Voss che si esprime al meglio.
“Empowered Emotions” spiega bene qual è il background blues che regge molte composizioni di questo disco e le tastiere di Don Airey sono certamente un valore aggiunto in questo brano che, come la maggior parte del disco, ha nella melodia una sua componente importante.
Hard rock di derivazione seventies in “Burning Wind”, con una vena lievemente psichedelica, mentre “Ride Horsemen Ride” è davvero una cavalcata hard di buon livello. Ancora hard blues in “The Phoenix gonna burn ya” ma non sono pezzi particolarmente elaborati e come sonorità si tratta di qualcosa già sentito. “Let the children pray” è praticamente un arpeggio sognante di un minuto e mezzo, per fare posto al rock carico di “The Ruling Class”. Un riempitivo pare la semi- ballata parzialmente acustica “Walk Away” ma la conclusione è imbarazzante, con il country di “We’ll meet again” che sembra provenire da una sessione lontana, con quelle chitarre acustiche e un cantato davvero fuori luogo.
Questi due episodi abbassano la media, ma il disco è complessivamente da ascoltare, evitando magari queste due tracce.
Voto : 6,5 / 10
Massimiliano Paluzzi

















