Gli Aletheya sono una delle nuove proposte del roster Rockshots Records: una formazione italiana giovane come progetto, ma composta da musicisti con una lunga esperienza nella scena metal nazionale. Il nome scelto — Aletheya, la dea greca della Verità e della Rivelazione — rivela fin da subito l’ambizione concettuale del trio, che debutta il 18 settembre con Chance To Reborn, anticipato da due singoli.
Il primo elemento che colpisce è proprio il titolo dell’album: efficace nelle intenzioni, ma grammaticalmente imperfetto in inglese. Una scelta che potrebbe suscitare qualche sorriso all’estero, dove un semplice “Chance To Be Reborn” avrebbe evitato fraintendimenti. Detto questo, è la musica a parlare, e il disco merita attenzione.
Il sound degli Aletheya affonda le radici nel power metal melodico di scuola teutonica e scandinava, con richiami evidenti ai Gamma Ray e agli Helloween dell’era Kiske, ma non mancano incursioni nel prog metal e nell’heavy/power britannico, tra suggestioni Judas Priest e Savatage. A fare da filo conduttore è una presenza tastieristica costante, fredda e atmosferica, che richiama immediatamente la tradizione italiana di Vision Divine, DGM, Secret Sphere e Labyrinth.
Non è un caso: alle tastiere troviamo Alessio Lucatti, turnista d’eccezione ed ex membro dei Vision Divine, oggi nei Deathless Legacy. Il suo contributo è determinante: non snatura il sound della band, ma lo sostiene con una spina dorsale elegante e coerente, diventando uno degli elementi più riusciti del disco. La produzione, curata nel bilanciamento dei volumi, privilegia chitarra, voce e batteria (i tre membri fissi della band), lasciando basso e tastiere leggermente arretrati: una scelta che evita l’effetto “carico” e rende l’ascolto più scorrevole.
Il trio — voce, chitarra e batteria — proviene da diverse realtà underground italiane e dimostra solidità, precisione e una chiara volontà di costruire un’identità comune. Chance To Reborn non rivoluziona il genere, complice anche la saturazione del mercato power metal, ma offre una cinquantina di minuti di musica ben studiata, prodotta e suonata, con spunti interessanti e una direzione artistica già definita.
Un debutto promettente, che potrebbe trovare il suo spazio tra gli appassionati del power melodico e del progressive di matrice italiana.
Voto: 7/10
Francesco “Grewon” Sarcinella
















