A quindici anni di distanza dal quinto capitolo, “Species”, tornano i Consortium Project, il progetto che fa capo a Ian Parry e che, pur essendo riconducibile a tutti gli effetti alla sua produzione solista, si è negli anni distinto per una caratteristica ben precisa: una vera e propria carrellata di ospiti, secondo una formula che, per certi versi, può ricordare quella resa celebre dagli Avantasia.
Che questa nuova uscita abbia anche una precisa vocazione commerciale è difficile da negare. Del resto, il disco arriva sotto l’egida della nostrana Frontiers, etichetta che negli ultimi anni ha costruito una parte importante della propria proposta proprio attorno a numerosi progetti concepiti prevalentemente in studio, spesso assemblando musicisti e cantanti di primo piano senza che dietro ci sia necessariamente una vera band, con una conseguente dimensione live.
È una formula ormai consolidata e, piaccia o meno, i Consortium Project si inseriscono perfettamente in questo modello.
Detto questo, sarebbe ingeneroso liquidare il disco come una semplice operazione commerciale. Perché, al netto delle considerazioni sulla sua genesi e sulla sua destinazione, l’album funziona e, personalmente, mi è piaciuto. È un lavoro onesto, ben prodotto e altrettanto ben suonato, nel quale non mancano riff convincenti, belle melodie di chitarra e diversi passaggi accattivanti.
E la voce di Ian Parry, a dispetto delle primavere che avanzano, è sempre potente e sembra non perdere colpi.
La title track, “Legacy Of Empire”, in particolare, mette in mostra una componente melodica efficace, di quelle che rimangono facilmente in testa.
Non siamo di fronte a un capolavoro, questo va detto senza troppi giri di parole. Del resto, a essere altrettanto onesti, nessuno degli album dei Consortium Project può essere realmente annoverato tra i capolavori del genere. Il primo capitolo rimane probabilmente quello che si eleva maggiormente rispetto alla discografia successiva: il debutto, pubblicato all’epoca da InsideOut Music, aveva qualcosa in più e rappresenta ancora oggi il punto di riferimento qualitativamente più alto del progetto.
I lavori successivi si sono mantenuti invece su livelli abbastanza omogenei e, proprio in quest’ottica, questo nuovo disco può essere considerato, a mio avviso, persino un passo avanti rispetto ai due precedenti, il quarto e il quinto capitolo.
Musicalmente, i Consortium Project ripropongono un melodic metal arricchito da venature prog-metal, senza però spingersi verso soluzioni particolarmente complesse o sperimentali.
Il riferimento più evidente è rappresentato soprattutto dalle ultime produzioni targate Elegy, in particolare da “Forbidden Fruit”, piuttosto che dalle atmosfere più cupe e introspettive di “Manifestation Of Fear”.
Ne deriva un album che punta soprattutto sulla melodia, sui riff e sulla facilità d’ascolto, senza rinunciare a qualche soluzione di matrice progressive. Non inventa nulla di nuovo e non pretende di farlo, ma quello che propone lo fa con una certa competenza e, soprattutto, con una qualità compositiva più che sufficiente a rendere l’ascolto piacevole.
Tra gli episodi migliori possiamo sicuramente citare, oltre alla già menzionata “Legacy Of Empire”, “A Kingdom For Heroes”, “The Secrets Of Creation”, “Awake The Forgotten Souls” e l’ottima The “Burden Of Truth”, che personalmente considero forse la migliore del lotto. Quest’ultima è anche quella che più richiama il sound degli Elegy, con alcune influenze riconducibili ai Royal Hunt, e non è un caso che sia probabilmente il brano che ho apprezzato maggiormente.
In attesa del tanto agognato ritorno degli Elegy con un nuovo disco, per ingannare l’attesa possiamo intanto dedicarci a questo sesto capitolo targato Consortium Project, che annovera tra i suoi ospiti nomi come Stephan Lill, Allan Sørensen, Andreas Passmark e Luca Sellitto. Un album che non cambierà certo la storia del metal, ma che si lascia ascoltare con piacere e che, soprattutto, conferma una buona vena compositiva da parte di Ian Parry.
Voto: 7/10
Stefano Gazzola
















