La confusione, per noi almeno, è naturale e scontata. Questi Drakkar non sono la band power italiana che due anni fa diede alle stampe l’ottimo “Spread Your Wings”, che abbiamo recensito in questo spazio. Questi sono infatti belgi, incidono per una etichetta diversa (WormHoleDeath) e propongono anche un metal diverso.
Infatti, fino dall’intro iniziale, si capisce che il gruppo belga ha in comune con i nostri la lunga provenienza (sono nati nel 1983), ma propende verso sonorità power con forti influenze epico-vichinghe, mentre gli italiani avevano, nell’ultimo disco, una certa assonanza con molto materiale dei Riot, per avere un riferimento chiaro.
La prima, “Invasion” è un bell’attacco sonoro, che si basa sulla doppia cassa di una batteria davvero ficcante, un riff tirato, con cori che ricordano certe soluzioni vocali di Manilla Road, gruppo mai troppo celebrato.
“Far Away” presenta una interessante linea chitarristica, che sfocia in un assolo orientaleggiante, mentre “Mad Clown” presenta un thrash con fortissime venature epiche, nel circo virtuale della musica, con un coro di facile assimilazione e una parte ritmica, in particolare la batteria, trascinante. La cantilena finale di una bambina sottolinea l’elogio alla pazzia contenuto nel brano
I Drakkar attuali sono Leni Andersen alla voce, Thomas Vanhorebeek e Nico RR alle chitarre, Guy Duvy al basso e Adrien Delgambe alla batteria, musicisti di qualità e di potenza.
La velocità di “Invasion” cala con “Bloody Mary” con una parte iniziale addirittura arpeggiata e un coro riconoscibile al primo ascolto. Il gruppo si rivolge ai fratelli metallari con “Crying Out” con un mid tempo che mette in evidenza un altro aspetto importante di questo “Invasion”, ovvero l’ottima produzione, specialmente per i suoni della batteria, veramente notevoli, caratteristica che appare in tutta la sua evidenza in “Never Touch the Stars”, che inserisce anche un accenno djent, niente male, in un impianto power. I Drakkar pagano il loro tributo ai Motorhead con “666 & Rock’n’roll” un brano corale e brillante, con un accenno di canti gregoriani e un assolo tipico della band di Lemmy. Il disco si chiude con “Everlasting Journey”, un altro brano gradevole.
Onore ai metallari che non si piegano, che suonano senza compromessi.
Voto : 7,5 / 10
Massimiliano Paluzzi
















