Con due mesi di anticipo dall’uscita ufficiale, ho ricevuto il presskit per la recensione del secondo lavoro degli italici Vanderlust. Copertina dalle tinte scure che raffigura un giovane uomo adagiato per terra e diversi figuri alieni (ricordano vagamente Abe del videogioco “Abe’s Odyssey”, ma molto meno amichevoli) che lo circondano minacciosi: è così che si mostra questo nuovo concept album basato su tematiche di fantascienza distopica. Ci discostiamo dunque leggermente dal precedente debutto che portava il nome della band: sebbene infatti “Vanderlust” portasse contenuti abbastanza profondi e atipici (fantascienza, astronomia, esplorazioni spaziali), mancava quell’elemento di pura coesione fra le tracce che solo un concept album può dare. Devo aggiungere che il ricco press-kit ricevuto conteneva anche un’accurata spiegazione della storia dietro al progetto: ho molto apprezzato questo ‘aiuto’ in quanto spesso ascolto gli album da recensire mentre sbrigo le faccende domestiche o mentre guido in auto, dunque non posso focalizzarmi per tutto il tempo sulle liriche e sperare di carpire ogni singolo dettaglio della narrazione – specialmente quando il cantato è in una lingua diversa dall’italiano. Premetto che non intendo spoilerare la storia dietro a “The Human Farm”: dirò solo che ho notato degli accenni a “Il Mondo Nuovo” di Huxley ma con l’elemento alieno preso dal film “Essi Vivono” di Carpenter mischiato a Matrix. Il risultato è certamente un prodotto che risente delle influenze sopracitate ma senza cadere nella scopiazzatura, e anzi utilizza la fantascienza e la distopia non come evasione drastica dalla realtà bensì come sua palese metafora, allegoria addirittura. Alla fine il nucleo del concept è basato sul principio filosofico della “Caverna di Platone”: mai argomento più azzeccato in questi tempi in cui l’homo sapiens accetta supinamente regole decise da altri solo per aggiungere qualche triste anno in più alla propria esistenza, invece di andare oltre e afferrare il vero senso della nostra vita, quello per il quale siamo stati creati.
D’accordo, ora passiamo alla parte principale, quella che poi interessa l’ascoltatore e non solo il lettore: la musica. Per chi non conoscesse i Vanderlust, il genere proposto (che si poteva comunque intuire) è il progressive metal: tempi dispari, riff e assoli consequenziali, fraseggi ferocissimi che poi rallentano e consentono di fare il punto emozionale e intellettuale sono la marea su cui si adagiano le varie tracce, tasselli di un unico puzzle come da tradizione dei concept album. A livello di songwriting e di produzione non ho molto da dire (e non sono comunque un musicista o un produttore, pertanto il mio parere sarebbe scevro di competenze tecniche specifiche): posso solo dire che il disco si lascia ascoltare per intero, senza passi falsi o cadute di stile ma anche senza grossi scossoni in positivo; sommariamente non aggiunge molto a quello che ad esempio era stato ormai 10 anni fa (sigh!) “The Astonishing” dei Dream Theater, ma al tempo stesso – prendendo proprio l’album dei Dream Theater come paragone – ne risulta meno prolisso, più diretto, deciso e conciso e non annoia mai. Ricorda semmai maggiormente i concept dei Vision Divine con Michele Luppi alla voce – sebbene ovviamente il timbro vocale del cantante dei Vanderlust sia totalmente diverso – o i norvegesi Circus Maximus: questo perchè vi sono delle influenze power metal abbastanza evidenti ma che mantengono un sound moderno e ruvido, privo di sinfonie e orchestrazioni come avevano invece optato i Symphony X nel ventennio passato.
Nell’intervista alla band presente nel presskit, i membri della band hanno affermato di essere fieri di “The Human Farm”, e che questo sarebbe stato il disco del consolidamento del loro sound: devo dire che hanno davvero ragione, l’album ha davvero gli attributi per far parlare di sè ed emergere dall’ormai grande numero di concept albums presenti nel panorama metal. Complimenti alla Rockshots Records per aver dato fiducia ai Vanderlust, e alla band stessa per aver soddisfatto le aspettative.
Voto: 7,5/10
Francesco “Grewon” Sarcinella















