Gruppo greco di Thessaloniki, tornano a lavorare con la Sleazy Rider Srl, casa discografica che siglò il loro esordio nel 2003. La formazione è composta da Pavlos Papatheodorou alla batteria, Vincer alla chitarra e Blackmass alla chitarra e voce. Probabilmente in studio uno dei due chitarristi si è occupato anche delle parti di basso, visto che non è indicato nei credits un nome associato a questo strumento.
“Ancient Hymns” sancisce il loro ritorno dopo 8 anni di assenza dal mercato discografico e propone atmosfere notevoli, grandi passaggi arpeggiati che sorprendono, voce gutturale che esprime un growl semmai non tanto vario, ma impressionante quanto a cattiveria sonora, per un black/death di notevole caratura.
Se proprio si vuole trovare un elemento di debolezza di questo ottimo disco, è proprio un utilizzo non esaltante delle parti vocali, nel senso che il cantato risulta un po’ monocorde e talvolta penalizza una qualità espressiva dal punto di vista musicale che si fa apprezzare sensibilmente.
Dopo l’immancabile intro, “Awaiting” , arriva la title-track e il livello è subito alto, con una chitarra affilata, urla belluine e una doppia cassa che proiettano l’ascoltatore nell’inferno sonoro dei Rotting Flesh. “Haunted by guilts” , scelto anche come video promozionale, è un altro manifestato del death\black della band greca, con diversi cambi di tempo e stile. Il death di Black Heresy è veramente profondo, inquietante, il lavoro della chitarra scava nella miseria umana e nel dubbio della religione, come sottolinea il testo.
Un riff atmosferico e suggestivo, cui si aggiunge una batteria e un basso veramente violenti, è la cifra tecnica di “Dominate your flesh”, altro brano che spiega bene la definizione di black\ death che è il tratto stilistico dominante. Questa chitarra che sembra provenire da un’altra galassia è davvero particolare.
Tanti cambi di ritmo e una batteria che si muove su diversi stili e forme espressive rappresentano una forma distintiva di un gruppo che conferma il giusto seguito di culto che si è conquistato.
Il death classico trova la sua sublimazione in “Time has ended”, con una spettacolare doppia cassa, una chitarra solista e ritmica molto importanti, seguita da una più “epica” “Death united” che scatena la solita tempesta musicale, dai tratti piuttosto simili fra le varie composizioni, ma con una varietà di fondo che non annoia.
Se “Slowly we rot” degli Obituary è una pietra miliare anche in termini di evocazione da titolo, “Rot with us” è una bella invocazione che in un certo senso continua su questa linea, con un brano lungo 8 minuti che propone una visione del death assolutamente personale, con il silenzio assolutoche giunge dopo un terzo del brano e arriva fino alla fine, con una stravaganza che , sinceramente, non ho ben compreso.
Il finale è affidato ai 40 secondi di attacco sonoro di “Skullgrinder” molto accelerata, che ho messo come suoneria del telefono, perché perfetta per questo uso.
Voto: 7,5/10
Massimiliano Paluzzi















