Giunti addirittura alla settima prova di lunga durata, questo gruppo danese crea una storia piuttosto particolare, con questo “The true protagonist” che è in uscita per l’attiva etichetta Massacre Records, con un personaggio dalla duplice personalità, Mr.Case, che praticamente mette in piedi un suo show durante il quale discute con il suo alterego il significato di ogni song.
Per quanto riguarda la musica, si tratta di un album molto aggressivo, nel quale gli Urkraft suonano un potente death che ha diverse influenze, anche in ambito metalcore. Ne viene fuori un progetto piuttosto composito, sia pure nell’ambito del metal estremo, con una doppia cassa trascinante per una band sempre a tutta, che fa trasparire una band matura, con qualche momento più rallentato che rendono “The true protagonist” un prodotto di buona qualità.
Si comincia con un brano in danese, “Uforskylde Sar”, con una tastiera dai toni sinfonici cari alla discografia dei Dimmu Borgir, brano che inizia nel migliore dei modi il long playing.
La voce di Thomas Strømvig che alterna toni growl e clean si interseca con una tastiera molto brillante in “I got blood”, mentre la title-track viaggia su tempi medi pur mantenendo un assalto sonoro notevole. Le influenze metalcore emergono abbastanza evidentemente in “We can’t recognize”, song comunque molto compatta, così come la successiva “Changing manscape” che propone anche una serie di cambi di tempo che non si erano manifestati nei primi brani dell’opera.
E’ un po’ meno veloce “Go, get your bones” ma resta un brano dal forte impatto sonoro, mentre “Prepare the flash” vede la batteria abbandonare la furibonda doppia cassa per utilizzare un classico blast-beat con modifica il piano ritmico , gestito da Jeppe Tander al basso e Richardt Olsen alla batteria, della proposta musicale di questi danesi. Lo stesso uso della batteria caratterizza la seguente “Burden without a name”, con un riff incalzante della coppia di chitarre di Thomas Birk e Mads Gath che non brillano nei solismi ma sono un vero e proprio muro di suono.
“Well intentions songs” è un attacco alla classe politica e si sviluppa con una doppia cassa trascinante, con una parte rallentata che aggiunge enfasi al brano e uno dei pochi assoli efficaci del disco. Con l’ospite Kim Song Sternkopts e il brano “I bring nothing to the table” , sempre veloce e potente, si chiude questa settima prova di un gruppo, quello danese, non particolarmente originale, ma sicuramente molto valido per gli amanti del genere.
Voto: 7/10
Massimiliano Paluzzi
















