di Arianna Fisicaro
Non è un concerto per vecchi. E anche se Joey Tempest ha rinunciato alla criniera cotonata anni ‘80 per un taglio più sobrio alla Riccardo Fogli old style, ha dimostrato una tenuta vocale impeccabile dagli acuti al vibrato, con l’energia di chi dopo 40 anni continua a far roteare a mezz’aria l’asta del microfono correndo sul palco per tutto il tempo.
Così il concerto degli Europe, organizzato da Leg a Villa Bertelli a Forte dei Marmi per la loro tappa toscana, ha dimostrato di essere molto di più di un momento amarcord per donne di mezza età: tra il pubblico variegato infatti vi erano stranieri, intenditori e bambine dai 10 o 12 anni in su, la stessa età che molti di noi avevano quando il gruppo svedese uscì con i loro primi successi. Un passaggio generazionale del testimone tenero come la ninna nanna scandinava che Joey (perché per molte di noi, innamorate all’epoca lui, era solo Joey) ha suonato alla chitarra acustica per intrattenere il pubblico (e insinuiamolo pure: riprendere forse anche un po’ fiato) nell’ultima parte dello spettacolo, prima di un siparietto per il quale molte ragazze negli anni ‘80 avrebbero dato chissà cosa: farsi suonare e cantare “Happy Birthday” direttamente da lui sul palco come ha fatto, su richiesta, per festeggiare tale a noi non meglio identificata Cristina che era tra il pubblico.
Al suo fianco, la sezione ritmica composta da Ian Haugland, John Levén al basso e alle tastiere Mic Michaeli e il chitarrista John Norum che ha regalato assoli fulminei e un riffing potente che dal vivo ha perso ogni traccia di quella patina pop-metal anni ’80 per farsi decisamente più duro, cupo e viscerale. Tutti perfettamente sintonizzati per tessere quelle atmosfere epiche che sono il marchio di fabbrica del gruppo svedese in una serata dove l’effetto nostalgia è durato il tempo del primo riff, per lasciare poi spazio alla realtà di una band granitica che va ben oltre il glam rock o l’heavy melodico.
Con un look più semplice degli sfarzi degli anni ‘80 e ‘90, camicia, pantaloni (quelli però sempre attillatissimi) e un inossidabile sorriso “Durbans” del vocalist gli Europe sono entrati subito a gamba tesa aprendo con brani come “On broken wings” e “Rock the night” per proseguire per circa 2 ore di spettacolo bilanciando il glorioso passato con la produzione più recente e matura promossa a pieni voti da una platea rock esigente, a cui Joey Tempest ha tentato più volte di rivolgersi in italiano con le pochissimo parole che conosceva, gesto che è stato oltremodo gradito. Immancabili le ballad innegabilmente “strappamutande” dell’epoca come “Carrie”, cantata insieme a un pubblico che conosceva i testi di tutti i loro brani e “Open your heart”, mentre momenti di altissimo livello si sono susseguiti con “Superstitious”, arricchita da una jam centrale da brividi e il loro grande successo “Cherokee”.
A quel punto ne restava solo una, quella canzone che tutti conoscono e che tutti aspettavamo. E quando le note dell’intro più famoso della storia del rock hanno risuonato nell’aria, l’arena è esplosa: “The Final Countdown” è stata cantata con in mano la bandiera italiana all’asta del microfono prima di essere stesa e riposta con visibile rispetto su un piano del palco alla fine del brano. Una canzone che si è confermata un rituale sciamanico hard rock, eseguita con un impatto devastante e che ha chiuso un concerto potente e privo di sbavature, di quei concerti che solo i musicisti veri, i professionisti del rock sanno portare avanti fino all’ultimo brano.
Gli Europe a Forte dei Marmi hanno così dimostrato di essere non una vecchia gloria sbiadita dal tempo, bensì una corazzata heavy che sa ancora dare lezioni di rock ‘n’ roll a tutti in una sorta di masterclass di pura energia scandinava che li ha collocati nella posizione di massimo rispetto che spetta loro nel panorama musicale mondiale.
















