Tornano a noi i Meshuggah, freschi del contratto con Atomic fire, con questo lavoro granitico.
Oltre un’ora di devastante macchina schiacciasassi, con molte luci e , per fortuna poche, ombre.
Se vogliamo in titolo dell’album è un “Nomen omen” della situazione, anche in relazione a certe esternazioni del leader della band. Sono immutabili, il loro approccio è immutabile e seppur con diverse varianti è lo stesso degli esordi.
Riff granitici, tempi particolari, cura maniacale per qualsiasi aspetto compositivo e di arrangiamento.
Forse però alcuni brani risultano leggermente ostici e poco digeribili, quali uno strumentale da quasi dieci minuti; che certamente è ben composto e ben suonato ma fa perdere parzialmente la carica emotiva e di rabbia sfogata. Stessa cosa accade ad una traccia di distanza da questo strumentale con un secondo brano “senza voce” che si focalizza su di un solo di chitarra lungo un paio di minuti. Ma come si suol’ dire non c’è due senza tre troviamo il terzo strumentale che è nuovamente lasciato alle chitarre.
A livello tecnico nulla da dire, abbiamo un lavoro col marchio di fabbrica della band scandinava, quindi non mi dilungo sulle scelte tecniche della band che sono di altissima qualità e sono consuete, se seguite la band, resta diciamo “solo” la parte di composto e delle scelte di “campo” come quelle accennate poco sopra che possono in qualche modo definire in modo meno incisivo l’album, pur portandolo comunque di gran lunga sopra la media e sopra la sufficienza.
Sinceramente avrei apprezzato di più un lavoro, strano a dirsi e scriversi da parte mia, con qualche minuto in meno; principalmente sarebbe bastato ridurre leggermente il minutaggio di “They move below R” e gestire in modo differente sia “Black cathedral” e “Past tense”. Ovvero i tre strumentali, per avere un lavoro che fosse “super wow” ed arrivare al fatidico 10/10(che per quanto mi riguarda non ho ancora dato perché il 10/10 equivale a perfezione e per ora non c’è ancora la perfezione sonora a 360 gradi, ma ci si avvicina spesso).
Detto questo abbiamo, ripeto un lavoro granitico, rabbioso, devastante e parecchio sopra il “minimo sindacale” non solo in senso lato, ma pure solo ed esclusivamente in senso di capacità della band. Oggettivamente questo è il seguito di “The violent sleep of reason”, va ammesso però che sei anni da un album all0altro è tantino anche se l’attesa è valsa per il risultato ottenuto dal combo scandinavo.
“Broken cog” che apre l’album ed è anche singolo, “Phantoms”, “Kaleidoscope”, “I am that thirst”, “Armies of the preposterous” e “The abysmal eye” le tracce che mi sono piaciute di più e che mi hanno fatto ricordare sotto un certo aspetto gli “immutabili” Meshuggah.
Concludendo ottimo lavoro, ma con una dozzina di minuti da rivedersi e da gestirsi in modo differente. Come segnato prima tre strumentali, di cui uno da quasi dieci minuti, risultano troppi per un lavoro come questo, fermo restando che è un album di tutto rispetto e di altissima qualità sonora.
Voto: 8/10
Alessandro Schümperlin
















