I The Pretty Reckless si propongono a noi con un nuovo lavoro di alto livello qualitativo. Scelte di campo interessanti e che danno l’impressione che la band voglia farsi vedere nel maelstorm del hard rock attuale e provando a spiccare.
L’album è giunto a noi dopo i cambi di date rispetto alla data iniziale, ovviamente scelta obbligata sotto un certo aspetto a causa della pandemia, e debbo dire che ha le carte in regola per salire alla ribalta della scena e “rischia” di finire nelle top ten di molte classifiche mondiali.
Dall’uscita di “Who you selling for”, che risale a più di 4 anni fa oramai, Taylor Momsen e soci ci piazzano sotto gli occhi e nelle orecchie dodici brani potenti, o meglio undici tracce ed un intermezzo che poteva dare
parecchio di più se fosse stato allargato a brano vero e proprio, con delle armonie antiche ed allo stesso tempo fresche. Ci propongono un lavoro che occhieggia ad un certo southern rock, ad un certo country, ad un certo grunge ed a quello che è l’insieme di stilemi del hard and heavy del nuovo millennio.
La voce di Taylor è speciale, riesce a districarsi in componimenti sinuosi, appassionanti ed appassionati con cambi di tempo e di genere veramente particolari. Una sezione ritmica azzeccatissima; corposa ma non eccessiva; minimale, a tratti, ma sempre centratissima sulle onde delle loro scelte. Con un occhio ottimo ai suoni, rendendo così la batteria come dovrebbe essere: “la macchina da ritmo” e non un quid che da noia con code bislunghe dei piatti o di tamburi secchi ed improbabili.
Il basso avvolgente che fa veramente da collante tra la batteria e le chitarre e la voce. Delle chitarre che hanno delle note estremamente polverose, grezze e poi tutto cambia in meno di nulla. Ci troviamo di fronte ad arpeggi puliti quasi cristallini e poi ritorniamo nel deserto con assoli particolarmente malsani e velenosi.
La post produzione, il mixing ed il mastering sono ottimi tutto si sente al meglio. Nulla è sbavato, lasciato al caso o abbozzato. Ci potrebbero essere gli “oltranzisti” che potrebbero storcere il naso, perché ci sono alcuni suoni troppo “mainstream” o che alcune mosse della band potrebbero risultare parecchio catchy ed “acchiappa like facile”, ma la differenza che passa tra fare un compromesso e compromettersi sta in queste canzoni.
La band fa un compromesso e NON si compromette: la loro anima è e rimane hard rock, hanno semplicemente optato per alcune risoluzioni che potrebbero renderli più “abbordabili” ai più e non ci vedo nulla di male. Alla fine mica si sono messi a far trap, canzoncine per gli spot pubblicitari di quart’ordine o altro.
“And so it went” con la collaborazione di Tom Morello, “25”, “Got so high”, “Only love can save me now” con la collaborazione di Matt Cameron e Kim Thayil (si avete letto bene, loro due), “Turning gold” e “Standing at the wall” sono i brani che mi hanno colpito in modo più che positivo. Ascoltate l’album e decidete i vostri pezzi preferiti.
Alla fine questo lavoro si fa ascoltare e ci mette del suo per farci passare un’ora scarsa di buonissima musica. Ve lo consiglio vivamente se siete appassionati della buona musica, suonata bene, composta bene e che vuole esser qualcosa di più che un “album con canzoni usa e getta”. Questo “Death by rock and roll” è un lavoro che si fa ascoltare più e più volte senza annoiare e senza scocciare.
Voto: 7.5/10
Alessandro Schümperlin
















