I Wythersake, band statunitense di metal estremo con intrusioni sinfoniche, esordiscono con scarlet records ed il loro lavoro è interessante da un lato, ma dall’altro ha troppi rimandi “famosi” che possono essere un danno per loro stessi.
Ma andiamo per gradi, dandovi alcuni dati ed un minimo di storia della band.
Si sono formati nel 2016, in linea con un certo tipo di music bizz, la band dal 2018 ad oggi ha pubblicato solo singoli; ed ora è qui e ci propone, appunto con scarlet, un album intero dal titolo “Antiquity”.
Io più avanzo nell’ascolto e più ho in mente una sola band:”Dimmu Borgir”.
Sinceramente sento in tutto e per tutto il modus operandi della band norvegese, sullo stile compositivo e in alcuni casi al punto di prendere la struttura di “Kings of the carnival creation” e riproporla, più volte, e qual’ora, non bastassero le ispirazioni da “Puritanical…” c’è l’appoggio di “Spiritual black dimension” che viene in aiuto.
A livello puramente tecnico nulla da eccepire, produzione molto alta, con una predilezione per i suoni primi anni 2000, capacità altrettanto alte della band ed un esordio che va sicuramente sopra le righe e qualitativamente potrebbe dimostrare parecchio a molte band, sia della loror terra che delle nostre, con continuo sfoggio di capacità importanti non sono dei musicisti “a stelle e strisce” ma anche di chi ha valorizzato il registrato con delle post produzioni veramente di altissimo livello. La band, per fortuna propria, mette delle parti più vicine al death metal che non al symphonic black, targato Dimmu, e parzialmente questo li salva dall’esser definiti in tutto e per tutto dei “copycat dei Dimmu Borgir”.
L’unico vero problema su questo album è il fatto che i Wythersake si troveranno a breve a dover combattere con questa frase:”perché dovrei ascoltare una copia dei Dimmu borgir, se posso ascoltare gli originali?!” .
Ok che siamo di fronte ad un esordio, e quindi possiamo perdonare certe cose, ma è altrettanto vero che non hanno fatto uscire nulla dalla loro nascita ad oggi e dubito di essere il primo a dichiarargli che sono troppo identici ai loro paladini. POI che loro a differenza dei Dimmu non facciano la sagra dei cliché del balck metal satanico e che parlino di temi distanti dal “black metal classico” e che abbiano pure una certa cura nella produzione è encomiabile ma non può bastare sulla lunga distanza.
“Antiquity” che per altro da nome all’album, “The advent”, “Through ritual we manifest”, “Unto light” e “My profane goddess” sono i brani che mi hanno colpito di più e che allo stesso tempo confermano quanto fino ad ora scritto in questa recensione. Come già detto più volte fate vostro quest’album e decidete le vostre tracce preferite.
Alla fine quello presentato dal combo americano è un buon esordio, che scorre bene e che da soddisfazione. Unico problema è che scorre così tanto facilmente che si perde; è un album che sulla lunga finirà nel “bello, ma ci sono gli originali”. Consiglio mio spassionato alla band:”Staccatevi il prima possibile dal cordone ombelicale dei Dimmu Borgir o sarete dimenticati”. Trovare la propria strada, seppur con alcuni timidi mosse più verso il death metal, non è semplice ma fa la differenza dal continuare in modo ottimo oppure rischiare di esser dimenticati quasi immediatamente dopo aver terminato l’ascolto. Direi comunque un sette d’incoraggiamento.
Voto: 7/10
Alessandro Schümperlin















