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VV.AA. – Dirt redux

Label: Magnetic eye recording

Album piuttosto controverso a mio avviso. Questo è un remaster di “Dirt” album degli Alice in Chains che ha al suo interno tredici band che passano dal doom allo stoner con una piccola svisata nel black. Tredici band che rifanno a modo loro le tracce composte.
La recensione sarà un pelino differente dal solito, proprio per dare il senso di quello che si sente.

Le scelte di mix e master sono buone e sono allineate tra le varie proposte. Per quello che riguarda gli arrangiamenti e le scelte di campo per ogni band verranno prese in considerazione poco sotto; facendo una cosa che normalmente non farei dato che non la trovo operazione funzionale per la lettura. Ma siamo di fronte ad un lavoro di tredici band che in tredici modi propongono il loro stile.

Partono i Thou con “Them bones” che sinceramente non è chiara la scelta di mettere la doppia voce, pulita e scream, nella traccia. La loro versione dal mio punto di vista non aggiunge nulla anzi… volendo essere schietti forse avrei preferito che lo scream non ci fosse.

Low flying hawks con “Dam that river” la riarrangiano e la rendono una cosa particolarmente ossessiva ed opprimente. Da ascoltare più volte per poterne apprezzare l’arrangiamento.

High Priestess si cimentano con “Rain when I die” facendola un pelino più acida dell’originale, prende una piega leggermente più stoner, ma non troppo. Interessante.

I Khemmis propongono “Down in a hole” e con il loro doom la rendono ancora più evocativa. Direi che sia i fans del doom ed i fans degli AIC sapranno apprezzarla molto.

These beast con “Sickman” miscelano un certo post rock con sonorità psichedeliche alla base grunge del brano. Il loro arrangiamento non è così stravolgente, ma affascina.

“The rooster” è rivisitata dagli Howling giant: siamo nella stessa tipologia dell’originale sia a livello di suono che di arrangiamenti. Le uniche varianti sono il registro vocale del cantato e di alcuni suoni delle chitarre e del basso che sono più “ruspanti” e più stoner oriented.

Forming the void con “Junkhead” si cimentano in sonorità rallentate e come il precedente brano con chitarre e basso saturati e distorti in modo acido. Le voci riviste per il tipo di cantato della band, pur essendo differente dall’originale da una versione particolare ed interessante della canzone. Carino anche l’innesto di un organo che rende il tutto molto curioso. Siamo in un mix tra doom e stoner, con un’occhiatina allo sludge.

La title track “Dirt” è suonata dai Somnuri ed anche in questo caso siamo in un mix tra stoner, doom e sludge. Ipnotica e ossessiva, non riesco a riassumerla in modo differente.

I Blackwoods payback ci fanno sentire la loro versione di “God smack” e devo dire che rispetto all’originale il loro modo di reinterpretarla gli da una veste più aggressiva e meno “morbida”; ma con un buonissimo appeal complessivo e se vogliamo un certo modo di ricordare l’originale pur essendo differente.

I Black electric con la loro versione di “Iron gland” non fanno altro che riproporre la stessa malia della versione originale. Dopo tutto 43 secondi di traccia non da molto da poter arrangiare o rivisitare.

I (16) fanno “Hate to feel” iniziano praticamente come l’originale. La voce negli stacchi è quello che fa la differenza rispetto all’originale, perché la band usa il growl e non il cantato “normale”. Per il resto il pezzo scorre praticamente come l’originale, se non delle piccole varianti sui suoni di chitarra e basso, più corposi rispetto ai primevi e la voce in pulito che ha un effetto megafono.

I Vokonis fanno “Angry chair” ed è come sentire i deftones con alla voce un imitatore di Herry Rollins sotto effetto lisercico che canta e urla. Sembra per buona parte del brano un’altra canzone, pur restando piuttosto fedele al tutto. Persino nella parte di apertura del brano ci sono delle varianti interessanti.

The Otolith chiudono il cd e propongono “Would” in versione veramente particolare. La voce femminile, il rallentato e gli arrangiamenti con gli archi ed il finale drammatico rendono veramente omaggio al brano ed alla band.

Concludendo l’album non da nulla e non toglie nulla alla fonte originale; direi che magari alcune scelte stilistiche potevano essere più interessanti, ma ve ne sono alcune che ho apprezzato di più di altre. Direi che questo è un lavoro per gli appassionati di stoner e doom; credo che qualche vecchio fans degli AIC storcerà il naso per questa compilation tributo, ma nel complesso si fa ascoltare.

Voto: 6.5/10

Alessandro Schümperlin

Tags: alice in chainsdirtdirt reduxrecensione magnetic eye recordings
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