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VERDE LAURO – 6 Aprile

VERDE LAURO – 6 Aprile

Label: Suisa

L’amico Gianni Della Cioppa, sul suo libro “Va Pensiero: 30 anni di rock e metal in italiano” afferma che il rock cantato in Italiano si basa su un vocabolario di 100-200 parole, continuamente reimpiegate a ciclo chiuso. I Verde Lauro, band italo-svizzera di musicisti sparsi tra Italia Settentrionale, insulare e canton Ticino (!!!), debbono essersene accorti, e hanno rimediato subito. Con un lavoro non certo semplice. Si parte quasi sicuramente da una sfida: l’italiano antico del secolo 1300, il cosiddetto “volgare”, si dice ed è luogo comune, non è lingua per il rock. Non è proprio vero. Ma bisogna dimostrarlo. Qualcosa che prima d’ora nessuno (o quasi) si è premurato di fare. Bene, eccolo dimostrato. Dopo un certosino lavoro di cesura, di adattamento delle melodie e delle liriche su un linguaggio musicale attuale (seppur variegato e mirante al colto come il prog-metal)… ecco un disco come “6 aprile”. Non esistono precedenti metri di paragone per poter dire che ciò sia “giusto” o “sbagliato”. Bisogna prendere il lavoro così com’é. Sono sicuro che è stata dura, ma è altrettanto certo che i risultati davvero pregevoli si possono toccare ora con mano sul secondo album dei Verde Lauro. Fin dalle primissime note si viene rapiti da un’atmosfera fiabesca di rara “beltade”. Il prologo strumentale “6 Aprile 1327” coi suoi barocchismi di chitarre ed orchestrazioni dura solo un mezzo minuto, quanto basta per introdurre immediatamente al leit motiv del lavoro in questione. I Verde Lauro sono una band che riconcilia con la lingua italiana come nessun altro sa fare. Impiegando come testi dei loro brani le liriche del “Canzoniere” di Petrarca, si fanno promotori di un’operazione forse da molti considerabile azzardata, ma di certo memorabile ed apprezzabile per intento e forma, dati i risultati che sono arrivati a toccare. La musica è melodica, potente, strutturata, complessa e ben suonata rasentando un livello ottimo. I musicisti sono tutti ben preparati. Quel che conta è che tutto ciò va a fare da degno contraltare ad un progetto sì ambizioso, che azzarderei dire, mira a nobilitare il nostro linguaggio, rendendolo adatto alla dimensione musicale che si è scelta. Moderna per forza di cose, si tratta, ripeto, di prog-metal, ma echeggiante d’antico (ricordiamoci i retaggi classici che in certo prog sono presenti). Il risultato non lascia indifferenti. Soprattutto una persona come me, che detesta la maggior parte dei testi in italiano, rock e non, infarciti di luoghi comuni e riciclaggi di sole-mare-cuore in circolo vizioso. Personalmente sono arrivato ad esclamare “era ora!”. Si può anche non esser ferrati riguardo le opere in lingua romanza… ma è proprio qui il bello. Tanto il contenuto delle liriche (sempre comunque comprensibile almeno per quanto mi riguarda) sposate alla dimensione drammatica della musica, quanto l’adattamento della metrica alla musica stessa, sono costruiti in maniera superba. Le liriche funzionano nella prospettiva musicale, appassionano anche, e cosa molto importante, centrano un obiettivo, se mai se lo fossero posto. Quello di mettere voglia di rilegger Petrarca. Obiettivo alquanto nobilissimo, anche solo per il quale i Verde Lauro dovrebbero essere osannati. La loro musica, incentrata su tutto lo spettro del prog-metal nella sua forma più colta e raffinata, si tinge di riffs violenti come quello di “Quando la sera” a incorniciare l’amore impetuoso del poeta per la sua Musa, toccando bellissime armonie da “Twin Guitars” ispirate nella forma al lavoro del duo Tipton/Downing dei Priest per delineare un che di drammatico e solenne quanto energico in “Con lei foss’io”, fino ai contrasti del metal furioso ma intrecciato con momenti di musica medievale in “Del mar Tirreno” (con una performance femminile davvero coinvolgente e profondamente emotiva, che comunque non si limita a questi frammenti ma va ad abbracciare diversi momenti del disco, non da meno del cantato maschile). Mi resta da dire che le due date, identiche tranne che per l’anno, che si trovano ad inizio e fine album (l’intro strumentale “6 Aprile 1327” e l’ultimo brano “6 Aprile 1348”) sono rispettivamente quella in cui il grande poeta conobbe la sua Musa Laura, e quella della di lei morte. Non mi dilungo troppo, dico solo che il modo di nobilitare l’amore in lingua romanza del Poeta, musicato con siffatta bravura e sensibilità artistica dai Verde Lauro, lascia quasi commossi, e vale da solo mille e mille sole-mare-cuore di cui non se ne può più. Comperate quest’album, voi che volete qualcosa di veramente epico e progressivo, ma profondamente colto. E a chi dice che l’italico volgare non è abbastanza metal, ricordate la massima di Steve Sylvester: “c’é differenza tra passato e Storia”.

Voto: 10/10

Alessio Secondini Morelli

Tags: recensioni
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