Sono entrato nell’universo di Anthony “Tears” Polidori e dei suoi Tony Tears quando entrambi (sia io che lui…) eravamo musicalmente in età avanzata. E’ vero! Cinque anni fa, colpevolmente, non conoscevo la band se non per sentito dire… Ma una conoscenza comune mi ha introdotto alla sua corte in corrispondenza della pubblicazione del bellissimo The Atlantean Afterlife e del principio di un periodo estremamente prolifico per il musicista genovese, che l’ha portato a pubblicare ben quattro dischi negli ultimi altrettanto quattro anni. Era forse scritto che dovesse andar così, perché proprio l’eccellenza di quel lavoro, stimolante anche per l’aspetto concettuale, mi ha prima incuriosito, poi pian piano coinvolto nella comprensione dello sforzo artistico infuso nel progetto. Si, perché l’operato di Antonio Polidori non è teso a produrre dischi in stile “cotto e mangiato” o potremmo dire “ascolta e archivia” bensì opere che richiedono altrettanta dedizione da parte dell’ascoltatore per comprenderne appieno la loro essenza. La consapevolezza di rivolgersi ad un pubblico attento ed appassionato ha permesso al leader di differenziare due aspetti della propria vena artistica pur mantenendo per entrambi lo stesso monicker, Tony Tears appunto, ma anche la coltre esoterica che permea le sue pubblicazioni, anche questa a valle di seri studi e vero coinvolgimento. Da un lato abbiamo i Tony Tears band ed il loro dark/doom metal di eccellente fattura, dall’altro il Tony Tears solista che mantiene la vena dark ma con l’introduzione di sonorità generate dall’elettronica che vanno a mitigare la presenza di suoni metallici in favore di elementi atmosferici, per favorire un discorso concettuale esclusivamente introspettivo. Laddove The Atlantean Afterlife e La Società Degli Eterni toccavano tematiche si esoteriche ma sospese tra leggenda, mito, epicità e condivisione dei concetti ad esse afferenti, è con Pains, giunto a valle della pandemia e di un periodo emotivamente tormentato, e quest’ultimo nuovissimo A World Without Soul che l’artista scopre la sua interiorità in modo estremo. A testimonianza di un’evoluzione continua questa volta il predetto dark viene accompagnato da sfumature gothic wave che ben si sposano col concept del lavoro, il cui titolo è abbastanza esplicativo. Il Nostro, superato il duro periodo di cui parlavamo prima, ha ripreso in mano e con forza le redini della propria vita, deluso e disilluso però per quel che riguarda la “razza” umana con tutto ciò che sta arrecando al nostro pianeta, tra inquinamento, guerre ed il deterioramento dei rapporti interpersonali… Tanto che il Dio presente in copertina (le cui corna vanno intese non come sataniche ma rappresentative di una divinità che ha generato la natura, la cui purezza è rappresentata dalla tunica bianca) è perplesso ed indeciso se distruggere il mondo o dargli qualche altra possibilità. Peculiarità degli album “solisti”, anche in questo caso Anthony ha registrato tutti gli strumenti da solo, accompagnato dal fido amico di sempre David Krieg, che si è occupato di tutte le voci. Il brano di apertura Portrait Of The End, che si apre con un intro di tastiere e prosegue con una chitarra arpeggiata e delicate percussioni, è una composizione caratterizzata da incredibili dissonanze e la voce di David che sembra provenire da un’altra dimensione. Poi sale in cattedra la chitarra elettrica del leader che con la sua distorsione imprime il marchio “doc” al brano. Sulla stessa scia prosegue An Evil Wave Upon The World graziata, dopo la parte arpeggiata, da un efficace “accompagnamento” elettrico. Incredibile il riffing che dilaga in lungo e in largo in Generation Of Death, con le multiformi vocals di David che da rabbiose diventano melodiche e solenni durante il refrain dark/gothic wave. Bello davvero! Come bello è l’intro di chitarra nell’atmosferica Viandante Senza Volto il cui testo è pura fonetica (quale altro grande artista italiano vi ricorda questa parola? Ne parliamo alla fine, ma molti avranno capito…). Cybernetic World rivela anche il grande lavoro fatto alle tastiere, sempre a cura del Polidori, che cedono in modo perfetto il testimone alle chitarre durante il refrain. L’atmosferica How Many Life è caratterizzata nella parte finale da un repentino cambio ritmico ed una splendida fuga della chitarra elettrica. Ancora una volta notevole! Reflections In The Valley Of Tears è uno strumentale che vede ancora protagonista la chitarra di Anthony “Tears” Polidori, che si sfoga in una lunga improvvisazione. Segue la declamazione del testo The Poet direttamente dalla voce di Aleister Crowley, su una base strumentale che si apre verso il finale ad una splendida melodia della chitarra elettrica dal sapore maideniano (gli ultimi, quelli più progressivi). Sarà la Natura stessa a ritrovare l’anima del mondo, a lottare, a perseguire la via della salvezza? Con Anima Mundi e con un po’ di speranza di chiude un lavoro dove sono tangibili i sentimenti ed il messaggio che l’artista genovese ha voluto trasmettere ai suoi ascoltatori. In questo momento su Antonio Polidori pesa l’onore e l’onere di portare avanti il discorso di ben tre grandi artisti italiani del metal, del doom, del progressive, partiti (materialmente o immaterialmente…) verso altri universi: Paul Chain (ricordate il brano in fonetica?), Mario “The Black” Di Donato e Antonio “Antonius Rex” Bartoccetti. Ma di questo ne parleremo presto con un’intervista approfondita. Per questo lavoro è risorta dalle sue ceneri la vecchia etichetta personale TASAR (Tears Alchemy Studio And Records) ed i risultati si son visti subito, dato che le tappe che hanno portato alla pubblicazione del lavoro sono state raggiunte nei tempi prefissati senza alcun ritardo. Il cd lo trovate presso Black Widow Records, BloodRock Records e Minotauro Records. Procuratevelo al più presto per avere tra le mani una piccola grande opera d’arte musicale.
Voto: 9/10
Salvatore Mazzarella















