Al secondo album, anche se la band considera come terzo, calcolando tale un disco autoprodotto che è praticamente introvabile, i finlandesi Thy Kingdom Will Burn realizzano per Scarlet Records un disco di onesto death melodico, all’interno del quale ogni ascoltare potrà trovare una serie di influenze e contaminazioni musicali abbastanza interessanti.
Diciamolo subito, “The void and the vengeance” non sorprende per innovazioni o soluzioni musicali inedite. E’ tutto già ascoltato, già sviluppato e loro stessi, in una intervista che gira sul web, non lo nascondono.
Ne viene fuori un disco ben suonato e ben prodotto, che fa trasparire una malinconia di fondo pienamente giustificabile dalla situazione pandemica, che non può avere ispirato nessuno su temi positivi.
“Between two words” che apre il long playing, fotografa subito tutte le intenzioni della band guidata dal chitarrista e voce, oltre che songwriter, Sami Kujala : dopo un iniziale e fuorviante pianoforte, ci sono riff al limite del metalcore, inserti sinfonici, voce growl e screams potenti. Diciamo che, a grandi linee, sono questi i tratti caratteristici della proposta musicale di Thy Kingdom Will Burn anche se, come nella successiva “Disbelief”, il riff portante fa riferimento al metal classico, che piace certamente a questi finlandesi d’assalto, replicato più o meno, in “Veil of wicked sky”. “Fortress of solitude” può essere annoverato fra gli esempi normali di death sinfonico, mentre più elaborato è “Fortress of solitude” dove la vena malinconica che appartiene un po’ a tutta l’opera viene sublimata da una fisarmonica che mette davvero tristezza, duettando con la chitarra.
“Nothing remains” scelta come manifesto video dell’album, strizza l’occhio a una certa impostazione maideniana della orchestrazione e delle chitarre, diventando forse il brano più fruibile specialmente per i metallari non troppo sbilanciati verso l’estremo, essendo molto vicino al thrash tradizionale.
La malinconia ritorna con il brano più lento dell’intera opera “Through the broken lens” che utilizza anche il pianoforte pur rimanendo molto pesante. Il death melodico è la cifra stilistica anche di “Barren Land” mentre “Siren of doom” mi ricorda, curiosamente, la parte più dura dei Running Wild. Il brano conclusivo, “Serpents” propone un riff chitarristico piuttosto scontato, sia pure nel solito impianto anche ritmico di tutto rispetto.
Per concludere, niente di nuovo, ma una band con le idee chiare che sa certamente suonare a buoni livelli.
Voto: 7/10
Massimiliano Paluzzi















