Il progressive metal è uno di quei generi che si amano o si odiano, senza mezze misure. Ognuno può preferire l’una o l’altra band, ma i tempi dispari, le lunghe partiture, le diluizioni del messaggio in brani tendenzialmente molto lunghi possono talvolta sembrare un muro invalicabile soprattutto per gli amanti dei generi “classici” del metal, basati su strutture più semplici e durata dei pezzi inferiore. Eppure, molti dei mostri sacri del progressive metal sono partiti proprio dall’heavy più classico e non solo; molti gruppi americani sostanzialmente heavy vengono definiti (a mio avviso impropriamente) “progressivi” solo per la presenza di qualche tempo dispari messo qua e là. Il vero progressive metal, tuttavia, è altro e seppur mischiandosi molto facilmente con altri sottogeneri, mantiene un’identità ben riconoscibile e una tendenza all’introspezione, al viaggio verso spazi siderali ma visto come una metafora dell’esplorazione interiore. A livello di contenuti, si varia appunto da temi filosofici al narrare scenari distopici o comunque storie di fantascienza. I finlandesi Sum Of Seven, col loro nuovo album “Echoes Of The Hypermind” ci prendono per mano per raccontarci, al ritmo altalenante ricco di forti riffs e ruvidissimi fraseggi che strizzano l’occhio al djent, la storia di un’intelligenza artificiale che prende progressivamente coscienza di sè e, a differenza degli esseri umani che sono magari condizionati dal mondo che li circonda, è onesta con se’ stessa e comincia a riflettere e a mettere in discussione il senso stesso della vita. Concept molto attuale e filosofico dunque, magistralmente narrato nelle 9 tracce che compongono il disco.
Come citato poco fa, musicalmente si avvertono richiami al djent e al math metal (Tesseract, VOLA, ecc..) ma perlopiù per il tipo di riffing e di distorsione applicato sulla chitarra ritmica: a livello invece di linee vocali, armonie, siamo ben saldi sul progressive metal un po’ più tradizionale. I Sum Of Seven si trovano ufficialmente al loro album di debutto, ma la loro maestria negli strumenti e nel songwriting tradisce un’esperienza ben più solida: in precedenza erano infatti conosciuti col monicker “Sonus Corona”, sotto il quale hanno pubblicato altri due album (che devo tuttavia ancora ascoltare).
Non mi hanno colpito particolarmente per la capacità compositiva: l’album funziona e scorre in maniera piacevole, tuttavia non ho trovato pezzi che emergono facilmente a parte forse “Regeneration”, il mio brano preferito del disco. Quello che mi è rimasto impresso e che per il momento considero unico e bizzarro, è la voce del cantante: ha un timbro pulito e discretamente aggressivo ma che non ritroveresti di solito in una band progressive; ascoltare per credere, sembra più associabile a band alternative/nu metal o persino post-grunge. Non nego che in alcuni passaggi sembrava una voce molto simile a quella di Mark Tremonti (Alter Bridge, Creed, Tremonti), e la cosa sebbene mi abbia fatto sorridere divertito, non mi disturba affatto: serve a rendere i Sum Of Seven facilmente riconoscibili al primo ascolto. Concludo la recensione dicendo che l’album, per essere capito e apprezzato, non va ascoltato solo una-due volte, ma gli si deve concedere di aprirsi, di sedimentarsi nella mente: quando le sue melodie riescono ad attecchire, ecco che “Echoes Of The Hypermind” mostra un’altra carta, e poi un’altra ancora, e stupisce per qualcosa ad ogni successivo ascolto.
Voto: 7/10
Francesco “Grewon” Sarcinella
















