Partiamo da un dato inconfutabile: Michele Luppi è il cantante perfetto per questa band, e la miglior versione dei VD non può prescindere dal connubio Olaf Thorsen-Michele Luppi. Ritengo infatti i tre dischi realizzati con Luppi i migliori in assoluto dell’intera discografia del gruppo. “Stream of Consciousness” resta il loro massimo capolavoro, seguito a ruota da “The Perfect Machine”.
L’artwork di “A Clockwork Reverie”, firmato da Augusto Silva, è davvero stupendo: nell’immagine si ritrovano elementi tratti dai tre album dell’era Luppi, ovvero la prigione/manicomio e le ali dell’angelo di “Stream of Consciousness”, il droide di “The Perfect Machine” e l’orologio a pendolo di “The 25th Hour”.
Si parte con “Sator Rotas”, un intro davvero intrigante, dalle atmosfere sinistre, impreziosito dai versetti in francese di Baudelaire e dalle ottime parti di tastiera di Oleg Smirnoff, autentico valore aggiunto.
Segue la title track, “A Clockwork Reverie”, un brano potente e aggressivo, che si apre però a una splendida melodia nel refrain: fresca, originale e capace di riportare alla mente sensazioni che non sentivamo da anni. Anche il cantato, a tratti malinconico, contribuisce in modo decisivo al fascino del pezzo. Strepitoso il break centrale, compreso il solo; la sezione ritmica è sugli scudi, con la batteria roboante di Mattia Peruzzi sostenuta dal basso martellante di Andrea Torricini, campione di squash e grande sportivo oltre che ottimo bassista. Molto bello e ispirato anche il solo di chitarra, insieme al tappeto creato dalle tastiere di Oleg. Un grandissimo brano, con una parte strumentale che strizza l’occhio al progressive. La traccia, pur sfiorando i sette minuti, scorre via senza che ce ne si accorga e alla fine lascia quasi sorpresi, come a dire: “ma… già finita?”. È un brano variegato, dai mille volti, che anche con un minutaggio superiore non avrebbe mai annoiato, anzi.
“18 (It Feels Like Heaven)” è il classico esempio di come si scrive un pezzo di metal melodico. Michele ha la voce perfetta per interpretare questo tipo di canzoni, che sembrano cucite addosso come un abito realizzato dai migliori stilisti. Il ritornello è accattivante, molto melodico ma mai scontato né banale, e il brano ha una presa emotiva notevolissima. Mi richiama alla mente pezzi come “Voices”. Bellissimo anche il solo di chitarra, con il classico tremolo vibrato di Olaf Thorsen e il suo stile inconfondibile.
“Andromeda” è il brano più power del lotto. Inizia con atmosfere pacate che lasciano intuire il tipo di pezzo che sta per arrivare, con tastiere e riff di chitarra che anticipano la sfuriata della doppia cassa in una canzone davvero notevole, sulla falsariga, a livello ritmico, di “La Vita Fugge” o “Eyes of a Child”. Anche qui il ritornello è molto bello, a tratti malinconico, con cori e controcori a doppia voce inseriti con grande intelligenza da Michele, che danno al brano un tocco di classe sopraffina. La cura vocale è altissima, soprattutto nei controcori che cantano “Lost in the mind…”. Verso la fine arriva un suono quasi ventoso, che richiama idealmente l’arrivo di un tornado che spazza via tutto, ma che in realtà sfocia in un acuto di Michele, una sorta di digital effect. Personalmente avrei preferito un suo mega acuto, sulla falsariga di “La Vita Fugge”, senza artifici digitali: lui se lo può permettere eccome. Devo però dire che l’idea resta originale, e in virtù del titolo “Andromeda” quel suono robotizzato ci sta alla grande.
Il mixaggio dei nuovi brani è davvero ben equilibrato, perché le tastiere non restano affatto in secondo piano: si sentono bene e sono parte integrante della struttura dei pezzi, contribuendo a creare un tappeto musicale ricchissimo. In questo senso il lavoro di Oleg Smirnoff è semplicemente “perfetto”; lo ritengo, se non il più bravo, sicuramente il più estroso tra tutti i suoi colleghi italiani.
È poi il turno del rifacimento di tre vecchi brani, uno per ciascun album fatto con Michele Luppi, e tutti e tre riescono persino a superare le versioni originali, cosa tutt’altro che scontata.
“Identities” acquista nuova luce e splendore, grazie anche al cantato multitraccia, con le voci di Michele che si sovrappongono come se ci fossero più cantanti a interpretarlo. Rispetto alla versione originale troviamo inoltre acuti strepitosi di Michele a sostenere la melodia di chitarra che rappresenta il main theme musicale di “Stream of Consciousness” e che precede il solo.
“God Is Dead” guadagna vigore e smalto anche grazie alla produzione, che ne esalta la struttura. Luppi riesce addirittura a superare se stesso rispetto alla versione originale, con acuti sovrumani su tonalità ancora più alte.
“The 25th Hour” si apre con un altro acuto di Michele, assente nella versione originale in studio, se non ricordo male una soluzione adottata dal vivo quando eseguiva questo brano. Il drumming e il basso pulsante del “Tower” vengono esaltati da una produzione impeccabile, ad opera dello stesso Michele con Olaf. Molto bella anche la variazione a metà brano, con un passaggio quasi jazzato.
Che dire? I nuovi brani e le rivisitazioni dei vecchi possono essere riassunti con un’unica parola, che racchiude perfettamente l’intero lavoro: ESALTANTE.
Questa volta il buon Mularoni ha un ruolo limitato al missaggio, mentre lo stesso Michele, che lo coadiuva, si occupa anche della masterizzazione presso il suo studio MiLu’s Rock Lab II.
Dopo questo assaggio (l’appetito vien mangiando), cresce ancora di più l’attesa spasmodica per il prossimo full length. I VD sono tornati con la loro miglior formazione, e l’hanno fatto alla grandissima.
Voto: 9/10
Stefano Gazzola
















