Con tre album in un dieci anni, due sotto scarlet rispettivamente 2011 e 2016, chiamare “Inertia” il loro terzo lavoro, uscito per Napalm lo scorso maggio 2021, sembra quasi che sia più un’ammissione di colpa con se stessi e con i fans.
Di certo il fatto di aver assoldato un produttore come Jens Bogren (Opeth, Katatonia, Amorphis giusto per capirci) e come se non bastasse firmare per Napalm Records, potrebbe essere l’ultimo colpo di coda per risalire la china e provare a far parlare di sé in modo più corposo e proficuo.
Come già accaduto in passato le scelte “promozionali” non sempre sono ad hoc, come in questo caso, definire modern metal del melodic death leggero non è un buon lavoro: sia per quello che riguarda chi gestisce il marketing (in questo caso quello di Napalm), che in qualche modo prova si a dare una “svecchiata” alla band ma non va a buon fine; che la scelta di accettare la “dicitura scorretta” da parte della band senza “alzare il ditino” e dire:”noi non facciamo modern però…”.
Poi sia chiaro, la proposta è più che sufficiente, ma non eccelsa e meno ancora “moderna”. Sento pesanti rimandi ai primi lavori dei Soilwork con l’aggiunta di un pelino di melanconia QUASI alla Lacrimas profundere.
Va ammesso però che comunque gli Scar of the sun ci provano a mettere del loro ma sembra abbiano paura di uscire, non solo dalla confort zone ma pure di osare dando al 100% il loro modo espressivo di palesarsi. Spiace perché anche questa volta, come spesso accade con queste “scelte di campo” si rischia di finire non solo nella bolgia dei “vorrei ma non posso” ma pure nelle dinamiche del “già visto e già sentito”.
A livello di registrazione e post produzione nulla da dire. La band fa un lavoro ottimo, vuoi anche grazie al produttore di cui sopra che li ha indirizzati in modo ottimo. Buone le chitarre, ottimo il basso; batteria funzionale per le scelte e che porta una certa botta all’interno del composto. Voce interessante anche se in alcuni punti c’è un “fantasma” che aleggia dal nome:”voce dei Paradise lost”.
“Inertia” che oltre a dare il nome all’album è anche singolo e video, “Quantum leap zero I: torque control”, “Quantum leap zero III: thrust”, “Anastasis” e “Quantum leap zero II:transition to turbolence” sono i brani che in qualche modo mi hanno colpito un pochno di più rispetto agli altri. Resta solo l’amaro in bocca dato che la potenzialità c’è, solo che come ho scritto sopra c’è una fortissima dose di “vorrei ma non posso” e di “se esagero magari faccio un lavoraccio” e questo non fa bene alla band e non fa bene alla loro carriera.
L’album si fa ascoltare, in definitiva, e ci sono dei momenti, segnati sopra, più riusciti di altri; ma dire che è un album che rimane in testa no; è un album sicuramente meglio confezionato dei precedenti, ma pur sempre della serie “preferisco ascoltare gli originali”.
Voto: 6/10
Alessandro Schümperlin
















