“Tutti moriamo. L’obiettivo non è vivere per sempre. L’obiettivo è creare qualcosa che vivrà per sempre” Chuck Palahniuk
Pròlogo:
Germani…popolo autoctono a est del Reno, Tacito li chiamò così, introducendo nella lingua latina una parola di origine celtica, così infatti erano chiamati dai Galli che li consideravano una cultura inferiore e li battezzava con il proprio linguaggio. Usanza che rimane nei secoli in quanto ancora oggi i fiumi e i monti in Germania non hanno nomi germanici, ma celtici.
Cesare parlando dei Germani ne sottolineò alcuni tratti distintivi: crudelitas, feritas e adrogantia, mentre dei Galli pur non tacendo levitas, iracundia e temeritas, ne mise in rilievo la magnitudo anime e la sollertia, qualità positive, di cui erano completamente privi i Germani con le loro tribù.
L’organizzazione sociale di questo popolo era formata da tribù che spesso erano in guerra tra di loro per razzia di armi, utensili, bestiame e schiavi per usi di bassa manovalanza o sacrifici umani ai loro crudeli e per nulla magnanimi “dei” come Wotan (poi diventato Odino), Donar, Baldur e Loki, sempre pronti a divertirsi con la vita degli uomini. Nella mitologia germanica non esiste teologia, né immortalità e né redenzione, gli elementi si odiano tra loro e odiano gli uomini. In una società dove al vertice c’erano dei guerrieri uno dei loro passatempi preferiti era appunto la Guerra. A differenza dei Galli, che erano i più grandi costruttori di carri dell’antichità, i Germani viaggiavano su carri traballanti a due ruote piene, ovviamente senza raggi. Questo comportava che anche per questa ragione la Campagna di Guerra in grande stile con grossi movimenti di uomini e di mezzi era per loro inconcepibile sia per concreta mancanza di materie prime da ammasso che per le difficoltà logistiche. Ecco perché, a differenza dei Celti che amavano il confronto in duello (per poter decapitare il nemico vinto e mostrare la testa come trofeo) i Germani prediligevano la razzia e l’arte dell’imboscata.
Sviluppo:
E imboscata fu…la pioggia autunnale nella selva di Teotoburgo nel 9 d.C. colse i legionari stanchi e affaticati dallo smantellamento dei campi di guerra estivi, fango-pioggia e umidità provarono le forze delle legioni. E in quel momento Arminio il Prince of the Tribes tese la sua imboscata.
Questa è la raffigurazione della copertina dei bravi Reinforcer che con il loro debut-album Prince of the Tribes, edito per Scarlet Records, arrivano con grande forza e vigore. La band crea una miscela di classic-power-epic metal in puro stile teutonico. Chiaro, diretto e con un’attenzione alle melodie che sono precise e semplici, ma terribilmente efficaci. In un genere come questo ci sono poche alternative: o si è in grado di fare la differenza con il proprio talento ed estro o si soccombe nel calderone delle tante e tante band che costellano il genere. Questo perché i tratti peculiari del Metal, per come è proposto dai Reinforcer, si giocano su unico campo, con regole precise e con un arbitro integerrimo. Quindi in “limiti” così definiti o si ha quel qualcosa in più o si fa poca strada…
I 5 ragazzi tedeschi scrivono 9 brani davvero ottimi dove gli intrecci delle chitarre si amalgamo perfettamente con la sezione ritmica. Forse l’uso dei trigger sulle batterie si sente un po’ troppo, ma il genere nel 2021 porta con sé un certa “forza sonora” che ormai è diventata un trend. Buoni gli interventi solisti, bravi i chitarristi Tobias Schwarzer e Niclas Stappert a non lasciare troppo spazio a virtuosismi (errore grossolano in cui molte band cadono oggigiorno). Gli Assoli rimangono al servizio del pezzo. Quello che da, a mio avviso un valore aggiunto alla band è la splendida voce di Logan Lexi, ottimo nel portare i toni nelle medio-alte…lontano da inutili e ormai sterili cantati agli “ultrasuoni” che hanno per certi versi ridicolizzato una parte del genere. La voce durante tutto l’album crea delle melodie vocali azzeccate, profonde ed epiche senza scadere nel già sentito, l’enfasi dei recitativi non è ampollosa, è scenica e nel contesto della forma “ode” caratterista dei pezzi più belli del genere. Ottima la produzione, mix e mastering affidati a Kai Stahlenberg ai Kohlekeller Studio di Seeheim in Germania. Chitarre belle cariche di gain, ma non iper-sature che danno dinamica ai riff (un suono un po’ alla Victor Smolsky per intenderci), Basso poco presente, ma che da corpo al sound; batterie un pelo “finte”, ma necessarie per dare potenza sonora (come dicevamo poc’anzi). Mi sento di segnalare le ottime: Allegiance And Steel, la bellissima Shieldmaiden, l’epica e sognante Coup de Grace, la veloce e dinamica Another Night e la conclusiva Z32, maestoso pezzo cadenzato che forse richiama palesemente i grandi nomi del genere (Judas Priest, Dio, Accept, Iced Earth), ma che nella voce di Logan Lexi trova un tocco di freschezza.
Epilogo:
La band con questo debut-album mi ha convinto, i brani sono belli e dinamici il giusto per poter emergere sopra la media. Un’altro ottimo colpo per l’italiana Scarlet Records; sono convinto che questo album è quasi un preparatorio per il prossimo lavoro che, se manterrà le promesse, sarà ancora più Reinforcer di quanto non lo sia già in questo Prince Of The Tribes.
…dimenticavo: nel sotto-titolo dell’album c’è una domanda in riferimento alle tematiche e alla copertina: “The battle is raging: choose your side!”…la mia risposta è postillata con la firma della recensione in conclusione dell’articolo.
Voto: 7,5/10
John Sanchez
(semper fidelis al Comandante supremo di tutte le legioni reanane e Governatore della Gallia Belgica: Germanico Giulio Cesare.)
















