Esce in queste ore la ristampa del secondo disco solista della cantante e compositrice Liv Kristine, famosa per la sua militanza nei gotici Leave’ s Eyes e Theatre of Tragedy, pubblicato nel 2006 e oggi completamente rimasterizzato dalla sapiente mano di Andy Classen.
Non ho sentito la versione originale, ma nelle note che accompagnano questo disco si parla di una modifica sostanziale del suono e della proposta musicale, che, in ogni caso, si allontana molto dal metal, sia pure declinato in forma leggera e melodica come usa fare il suo gruppo di provenienza principale. In più c’è un disco con tutti i demo del disco e altro materiale inedito, sempre dell’epoca.
In realtà, in questo “Enter my religion”, di metal ce n’è molto poco, anche se “Over the moon”, il brano iniziale, sembrerebbe incoraggiante in tal senso con un power melodico di classe, ma le promesse non vengono poi mantenute.
Ovviamente siamo di fronte a una cantante con i fiocchi, ma sono le composizioni a essere o troppo leggere o troppo scontate e anche la cover di un brano di Springsteen, “Streets of Philadelphia”, del 93, alla fine intristisce più che emozionare.
Qualche altro episodio vicino al metal, sia pure molto melodico, c’è : “My revelation”, che presenta un curioso assolo di banjo, oppure “Trapped in your labyrinth”, un altro episodio di power melodico classico che ricorda molto certe composizioni care ai Nightwish, molto buono.
Altri brani sono distanti anni luce dai soliti parametri musicali di Liv Kristine e sono, al massimo, buoni pezzi pop. E’ il caso di “All the time in the world” dove una chitarra hawaiana e tastiere molto leggere classificano proprio nell’easy listening questa produzione, come “Fake a smile”, che si muove, più o meno, sulle stesse coordinate e diventa una ballata sognante, nel suo sviluppo. Altra ballata, ma dal sapore decisamente triste e malinconico, è “Coming home”, dove si apprezza la grande capacità espressiva e vocale di Liv Kristine, di grande livello e un insolito assolo acustico. Questo sentimento malinconico innerva “Blue Emptiness”, altra ballata, stavolta con base pianoforte, molto eterea, come la finale “In for a moment”, un lento che, come interpretazione vocale, ricorda certi lavori di Loreena Mc Kennit. Una ballata molto diversa è la title-track, “Enter my religion”, con tanto di sitar e passaggi acustici, in un incedere lento e suadente.
Ci sono addirittura brani dance, come “You’re the night” con la batteria elettronica e tanti synths e “You take me higher”, pura musica da discoteca, per un disco riesumato ma che forse non rende merito alla dimensione artistica di un talento come quello di Liv Kristine.
Voto: 6.5/10
Massimiliano Paluzzi















